Non gli diagnosticano un infarto Il perito: i medici hanno sbagliato

Cinquantenne porta in tribunale la Asl per chiedere il banno biologico dopo una diagnosi errata Il consulente nominato dal giudice: «Non rispettate le linee guida, poteva esserci un evento infausto»
GIULIANOVA. Nel giugno di nove anni fa un cinquantenne teramano fentrò al pronto soccorso dell’ospedale di Giulianova con un forte dolore alla spalla e al braccio sinistro. Venne dimesso qualche ora dopo con una diagnosi di cervicobrachialgia. Il giorno dopo si presentò all’ospedale di Teramo e qui gli diagnosticarono un infarto al miocardio in seguito al quale l’uomo venne successivamente sottoposto ad intervento di by pass.
Ora, dopo quasi dieci anni, una consulenza disposta dal tribunale (giudice Alessandro Iacoboni) nell’ambito della causa civile avviata contro l’Asl dice che: «I medici dell’ospedale di Giulianova abbiano agito in modo non corretto non rispettando le linee guida ed è possibile affermare la sussistenza del nesso causale tra il ritardo diagnostico dovuto alla condotta medica errata da parte dei medici dell’ospedale di Giulianova e il danno rilevato». A scriverlo nella relazione nelle mani del giudice è il consulente tecnico d’ufficio Patrizia Masciovecchio. L’uomo, assistito dall’avvocato Daniele Di Furia, chiede che gli venga riconosciuto un danno biologico da responsabilità medica. Scrive a questo proposito il ctu: «Entrando nel merito della situazione si deve far presente che ai medici dell’ospedale di Giulianova che ebbero modo di visitare l’uomo viene elevata la censura di omessa diagnosi di sindrome coronarica acuta». E specifica come: «Nel caso i medici abbiano omesso di ripetere i marcatori cardiaci nonostante avessero effettuato un primo prelievo della troponina che risultava negativo, associato a dei dosaggi della mioglobina elevati».
Il consulente così ricostruisce: « A causa del ritardo di diagnosi della sindrome coronarica, oggettivamente sospettabile sin dal primo accesso all’ospedale di Giulianova, il paziente non ha potuto beneficiare di trattamenti farmacologici di fibrolisi nè di intervento di angioplastica poichè ritardata la diagnosi. Tale ritardo diagnostico ha successivamente comportato non solo l’insorgenza di un franco Ima (infarto al miocardio acuto ndr), ma anche la necessità di un intervento ben più invasivo quale quello con applicazione di by-pass». E conclude: «Dalla mancata diagnosi, che poteva esitare anche in un evento infausto, sono poi scaturite una serie di conseguenze cliniche che hanno portato il paziente a doversi sottoporre ad intervento estremamente invasivo e a tempi di recupero notevolmente te aumentati da tenere ovviamente in considerazione nella quantificazione dell’inabilità temporanea». Il procedimento avviato in questo caso in tribunale si inserisce nell’ambito di una delle prime applicazioni della nuova legge Gelli-Bianchi in tema di responsabilità medica.
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