Nonno Gennaro, accuse allo Stato nel ricordo della figlia Melania

Si è messo in contatto con i familiari di Elena Ceste, la mamma di quattro figli uccisa dal marito «Insieme ci facciamo forza mentre le autorità trattano con gli assassini e dimenticano le vittime»
TERAMO. I numeri non bastano mai in questa Italia che non smette di contare le donne uccise. Perché ci vuole sempre una faccia, una storia per capire cosa perdiamo, quale vuoto e quale scia di dolore si lasciano dietro. Lo sa bene Gennaro Rea che da quando la sua Melania non c’è più mette insieme numeri e storie. Da uomo, da padre, da nonno. «Lo Stato tratta con gli assassini, fa sconti agli assassini e lascia le vittime senza giustizia», ti dice mentre un altro 8 marzo di ricordi e rabbia scivola nella sua vita. «Non la chiami vita», ti corregge, «perché io e mia moglie da quando Melania non c’è più sopravviviamo nel nome di sua figlia, una bambina che cerchiamo di far crescere nella maniera più serena possibile». E da nonno questo ex maresciallo dell’aeronautica ha creduto da subito che nessuno debba rimanere solo. Così ha pensato ai quattro figli di Elena Ceste (la mamma di Costigliole d’Asti uccisa nel 2014 dal marito e il cui corpo venne ritrovato dieci mesi dopo la scomparsa) e ai tanti nonni che come lui sopravvivono. «Ho pensato alle nostre solitudini, li ho contattati per sentirci meno soli, per condividere quello che ci è successo», dice mentre racconta quegli incontri, «perché certe tragedie possono essere capite fino in fondo solo da chi le ha vissute. Solo da chi come te vive dolore e rabbia davanti ad uno Stato che non fa niente».
Ha contattato i genitori di altre donne uccise, a cominciare da quelli di Elena Ceste, e sta pensando di farlo anche con gli altri. Condividere lo stesso dolore aiuta a sopravvivere?
«Quando ho capito cosa fosse successo a Melania ho scoperto che non era quello il Salvatore che ho conosciuto per dieci anni e che mia figlia adorava. Mia figlia ha sempre amato quell’uomo ed è morta per i valori e per l'amore che aveva per lui. Con il tempo ho capito che la rabbia per quello che era successo non poteva far passare in secondo piano la bella persona che era mia figlia e che spero diventerà mia nipote. Io e mia moglie ogni giorno facciamo di tutto per mettere da parte il dolore di genitori e crescere nostra nipote. Ho pensato a tutti i nonni che vivono questa nostra situazione e che in questa Italia sono sempre di più visto che i femminicidi purtroppo non si fermano. Ho pensato ai figli delle vittime di femminicidio, ai tanti bambini che restano senza genitori e per cui i nonni diventano mamme e papà. Ho pensato a tutto questo e ho cominciato a cercare chi vive la mia stessa condizione. Per sentirci meno soli in questo Paese dove la giustizia per le vittime non c’è mai e quando c’è è sempre poca».
Dopo Melania è arrivata la legge contro il femminicidio, ma la strage continua. Che cosa manca?
«Manca la certezza della pena in questo Paese in cui lo Stato continua a guardare questo infinito elenco di donne uccise da uomini. Guardi il caso della mia Melania e pensi che tra qualche tempo l’assassino di mia figlia potrà pensare alla libertà, a rifarsi una vita, come se l’omicidio fosse stato una parentesi. Io non credo che chi ha ucciso in quel modo possa redimersi, possa pentirsi. Penso invece che chi ha fatto una cosa così possa rifarla. Dopo l’omicidio di Melania la mia famiglia ha fondato un’associazione contro la violenza sulle donne perché l’attenzione resti sempre alta, ma è lo Stato che deve fare di più. Invece resta al balcone a guardare gli omicidi che aumentano, a fare sconti agli assassini che possono rifarsi una vita. Ma alle vittime chi ci pensa? A chi sopravvive giorno per giorno? A chi cresce bambini che restano soli?».
Sua nipote aveva 17 mesi quando la madre venne uccisa a pochi metri dall’automobile in cui si trovava. Oggi ha 9 anni e vive con lei e sua moglie dopo l’affidamento del tribunale dei minori. Crescendo farà delle domande.
«Le fa già perché noi parliamo sempre di sua mamma e non le abbiamo mai nascosto la verità. È seguita dagli psicologi del tribunale e cresce benissimo. Negli anni anche io e mia moglie siamo diventati psicologi, psicologi di noi stessi, per affrontare con lei tutto al meglio cercando di mettere da parte il dolore di genitori per essere solo nonni. E vedere come cresce serena ci riempie la vita. Ma tutte le volte che la guardo penso con rabbia a chi le ha impedito di crescere con sua madre, con una ragazza che aveva solo 29 anni e tanta voglia di vivere. Mia nipote non potrà mai ricordare una sua carezza, una sua parola, una sua favola della buonanotte. Si dovrà accontentare di vedere sua mamma nelle foto, di conoscerla dai racconti dei nonni, degli zii, di tutti quelli che le hanno voluto bene e che continuano a volergliene. Ma non è giusto, non può essere giusto. Eppure è così e più tempo passa e più fatti di questo genere avvengono. Da quando Melania non c’è più gli omicidi delle donne non si contano. E lo Stato cosa fa? Oltre a partecipare ai convegni dell’8 marzo cosa fa concretamente per difendere le donne dagli uomini assassini e per tutelare le vittime che restano? Niente, resta solo a guardare».
Parolisi è stato condannato ad una pena definitiva di vent’anni dopo che la Cassazione ha eliminato l’aggravante della crudeltà. Lei crede sia stata fatta giustizia?
«Non posso dire che mia figlia abbia avuto giustizia perché non l’ha avuta. Il marito l’ha uccisa con 35 coltellate mentre la loro figlioletta di 17 mesi era in macchina, l’ha lasciata agonizzante in un bosco e dopo qualche giorno è tornato ad oltraggiare il corpo per depistare le indagini. Ma per i giudici questo non vuol dire essere crudeli. Parolisi ha sempre mentito, ha mentito a noi, agli investigatori che cercavano la verità. Ha sempre raccontato bugie ma nonostante questo è stato premiato dalla giustizia e forse lo sarà ancora. Ma io oggi non mi aspetto niente. Da genitore spero che nessuno debba mai trovarsi nella situazione che viviamo io e mia moglie. Melania ci riempiva la vita e con il passare degli anni la sua assenza ci pesa sempre di più, anche se abbiamo nostra nipote che ci fa pensare al futuro e ogni giorno cerchiamo di essere il meglio per questa bambina che oggi è la nostra unica ragione di vita. Parolisi ha sempre mentito a noi, agli investigatori che cercavano la verità. Ha sempre raccontato bugie. Ma io non mi aspetto più niente da questo Stato che è uno stato di diritto solo per gli assassini e non per le vittime, quelle che non ci sono più e quelle che sopravvivono nel dolore e nella rabbia».
Dopo tanti anni dalla morte di Melania qual è l’ultimoricordo che l’accompagna?
«Il sorriso di mia figlia, la sua voglia di vivere e di fare la mamma, il suo amore per l’uomo che le avrebbe tolto la vita. Tutte le volte che guardo mia nipote vedo mia figlia, quello che avrebbe potuto essere e non sarà mai, quello che avrebbe potuto dare a noi genitori e che non potremo avere. Era contenta della sua vita, del suo matrimonio, quando ci vedevamo la sua voglia di vivere contagiava tutti. Ecco, il ricordo di Melania è Melania stessa».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

