Nuovo ospedale, città spaccata E il sindaco prova a mediare

12 Novembre 2019

Comitati di quartiere, sindacati e M5S vogliono il riuso del Mazzini, medici e Comune dicono no D’Alberto propone un tavolo all’interno del comitato ristretto in cui arrivare a una proposta unitaria

TERAMO. Una città spaccata sulla costruzione dell’ospedale nuovo, non solo sulla sua localizzazione. E anche incertezza e qualche interpretazione fantasiosa, causata dall’assoluta carenza di un chiaro quadro di riferimento, con tanto di dati. E’ quanto emerso ieri dal convegno “Le scelte per una sanità migliore”, organizzato da Cgil e Cisl in Provincia. Convegno a cui erano stati invitati tutti gli amministratori, oltre a sindacati e comitati di quartiere, in cui è spiccata l’assenza dei due attori principali: la Regione (presenti solo Sandro Mariani e Dino Pepe, consiglieri d’opposizione) e la Asl.
Dopo la relazione del segretario Cgil, Giovanni Timoteo, che ha riassunto la posizione anche della Cisl (il cui segretario Fabio Benintendi ha moderato), il dibattito ha evidenziato diverse posizioni. Che volendole in qualche modo codificare, vedono i comitati di quartiere contrari allo spostamento dell’ospedale a Piano d’Accio, come ha ribadito il coordinatore Domenico Bucciarelli, fortemente contrario – come d’altronde Timoteo – all’uso del project financing che prevederebbe «un ingresso del privato nel campo sanitario». E il presidente del comitato di Villa Mosca Demetrio Rosetti ha contestato i coefficienti di vulnerabilità sismica delle “vecchie” strutture riportati dalla Asl: «sono stati usati criteri molto leggeri, gli studi vanno approfonditi». Come a dire gli indici bassissimi, sintomo di una grande vulnerabilità, sono da rivedere.
Di avviso opposto gli unici due medici in sala: il presidente della commissione comunale sanità Vincenzo Cipolletti e il segretario della Fimmg (sindacato dei medici di base) e vicepresidente dell’Ordine dei medici Glauco Appicciafuoco. «C’è una gran confusione», ha sottolineato Cipolletti, «il nuovo ospedale non è la semplice riproposizione del Mazzini ma dev’essere di secondo livello, altamente tecnologico, requisito basilare che altri ospedali abruzzesi già hanno. E il Mazzini non è più adeguato, a partire dal fatto che ha sei piani e ora gli ospedali ne hanno al massimo tre o che i pazienti in barella usciti dalle sale operatorie passano fra la gente». «L’ospedale deve essere ad altissima tecnologia», ha aggiunto Appicciafuoco, «aiuterebbe a razionalizzare le risorse, ridistribuendole sul territorio» che secondo il medico offre già un livello di assistenza alto «ma dobbiamo arrivare a curare i malati in più possibile a casa». Sia Pepe che Mariani sono si sono dichiarati non pregiudizialmente contrari al project financing. «Abbiamo i 200-220 milioni che servono per costruirlo senza l’intervento del privato?», la domanda retorica di Pepe, visto che ce ne sono 82. «L’importante è gestire in modo sano il rapporto col privato», ha sottolineato Mariani.
Non si è pronunciato il presidente della Provincia Diego Di Bonaventura, che invece ha posto l’accento sul fatto che storicamente la Asl di Teramo ha 300 letti in meno di quanti nel dovrebbe avere «perchè gli altri territori sono stati più bravi a fregarci». E i due parlamentari pentastellati Fabio Berardini e Antonio Zennaro hanno ribadito la contrarietà all’ospedale nuovo a Piano d’Accio, preferendo l’uso degli 82 milioni per ristrutturare il Mazzini o, se proprio è inattuabile, costruire una nuova struttura accanto.
Le conclusioni le ha tratte il sindaco Gianguido D’Alberto che ha proposto la creazione di un tavolo nel comitato ristretto dei sindaci «dove convogliare le istanze di confronto sulla sanità, in cui far convenire le proposte e le analisi per giungere alle decisioni migliori per il potenziamento della qualità dell’offerta sanitaria». E ha sottolineato fra l’altro l’importanza del consiglio comunale congiunto con L’Aquila del 18 con cui si vuole fare massa critica per riequilibrare l’asse Pescara-Chieti. E ancora: «Sentire che rappresentati della maggioranza in Regione lavorano per potenziare altri presidi mi lascia perplesso: quattro ospedali non ce la facciamo a sostenerli oppure li manteniamo e i cittadini andranno altrove a farsi curare».
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