Nuovo processo al guardone di Atri

Filmava le donne negli spogliatoi della piscina: la Cassazione ordina la rideterminazione della pena
ATRI. La Cassazione mette il sigillo sul caso dell’ex istruttore di nuoto di Atri che per anni ha filmato decine di donne, anche minorenni, negli spogliatoi della piscina comunale della sua città. Lo fa con un pronunciamento che cambia la formulazione del reato e rinvia gli atti alla Corte d’Appello per la rideterminazione della pena.
Per i giudici della Suprema Corte Amicangelo Capanna Piscè, 53 anni, condannato in secondo grado ad un anno e quattro mesi, non può essere accusato di interferenze illecite nella vita privata (articolo 615 bis del codice penale), ma di violenza privata (articolo 610 del codice penale). «Il 615 bis ha delle profonde lacune», commenta l’avvocato Manola Di Pasquale, che rappresenta le numerose donne che si sono costituite parte civili, «delle lacune che vanno assolutamente colmate perchè non è possibile che filmare di nascosto sia reato solo per alcuni luoghi e non per tutti. È necessaria una portata più ampia del reato di interferenze illecite nella vita privata. Il 615 deve essere esteso a tutti i luoghi in cui si svolge la vita privata di una persona».
Capanna Piscè, ex docente di sostegno nella scuola secondaria, all’epoca dei fatti era istruttore di nuoto nella piscina comunale di Atri. Aveva dunque facile accesso agli spogliatoi dove installava delle microtelecamere nascoste. Il materiale filmato in piscina venne scoperto nel giugno del 2009 quando Capanna Pisciè (difeso dall’avvocato Achille Ronda) venne coinvolto in una indagine nazionale sulla pedopornografia partita da Catania e arrestato con l’accusa di produzione e detenzione di materiale pedopornografico. Per questo episodio nel gennaio del 2010 l’uomo è stato giudicato con il rito abbreviato dal tribunale dell’Aquila (competente per il tipo di reato contestato: in quell’occasione l’uomo venne assolto dall’accusa più grave, quella di produzione di materiale pedopornografico (per quale è prevista un pena da sei a dodici anni) e condannato a due anni per detenzione di immagini pedopornografiche scariocate da internet sul suo computer. Per quanto riguarda il procedimento per le immagini rubate in piscina, la Cassazione ha rinviato gli atti alla Corte d’Appello di Perugia.(d.p.)
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