«Ogni giorno 200 chiamate Seguo 32 pazienti col virus»

22 Novembre 2020

Graziano Rampa è medico di base con 1600 assistiti tra Castellalto e Notaresco «Quest’anno potevo andare in pensione, ma ora non è il momento di farlo»

TERAMO. Per ricordarci quello che succede intorno abbiamo bisogno più di facce che di numeri senza nome. Perché ci sono gesti che per sempre racconteranno chi siamo. Al di là di tutto. Graziano Rampa, 68 anni, da 41 fa il medico di famiglia. Ha quasi 1600 pazienti tra Castellalto, Castelnuovo, Notaresco e Cermignano. Quest’anno avrebbe potuto andare in pensione. «Non mi è sembrato questo il momento più adatto» ti dice mentre sale in macchina per un’altra visita. La sua giornata inizia alle 7 e finisce a mezzanotte tra il cellulare che non smette mai di squillare: riceve dalle cento alle duecento telefonate al giorno: «Perché è giusto che il paziente chiami e che abbia una risposta chiara e veloce. Oggi, più che mai, servono chiarezza e immediatezza».
Tra i suoi assistiti ce ne sono 32 positivi in sorveglianza domiciliare che lui segue quotidianamente: «Faccio il mio lavoro e a all’Usca ricorro solo quando le condizioni sono tali da richiedere interventi particolari che io non posso garantire». Per il resto fa da solo. Come è successo qualche giorno fa quando ha fatto ricoverare un uomo di 66 anni arrivato con la febbre in auto davanti al suo ambulatorio. «Mi ha chiamato sul cellulare dicendo che era fuori, aveva la febbre e respirava male», racconta, «gli ho detto di restare in auto per qualche istante per avere il tempo di far uscire i due assistiti che nel frattempo erano nella sala d’attesa del mio ambulatorio. Ho cambiato i miei presidi di sicurezza, ne ho indossati di nuovi e sono andato a prenderlo nella macchina parcheggiata davanti allo studio. Mi sono accertato che non passasse nessuno e l’ho portato dentro. L’ho visitato, ho capito che i sintomi erano chiari e che era necessario subito un ricovero. Ho chiamato il 118 e in pochi istanti l’ambulanza è arrivata. Oggi il mio paziente è ricoverato all’ospedale Covid di Atri. È intubato ma l’intervento immediato è stato fondamentale».
In ambulatorio, quest’estate, ha fatto i tamponi agli insegnanti. E prossimamente, quando le normative saranno chiare, farà anche gli altri. Quando ha intuito che la seconda ondata era arrivata di tasca propria ha comprato camici, guanti, mascherine, visiere e tutti i presidi di sicurezza necessari per muoversi. «Fuori e dentro l’ambulatorio», ti dice mentre continua a spostarsi da un paziente all’altro, «la pressione in questo periodo è davvero tanta ma soprattutto perché a volte penso di non poter riuscire a dare una risposta immediata a chi mi chiama. Ma sono sempre sul territorio come tutti i miei colleghi». E a sere alterne si siede davanti a una telecamera e posta su Facebook il resoconto della giornata tra consigli e moniti ai pazienti. L’ultimo post ha fatto quasi diecimila visualizzazioni. «Tutto serve per far arrivare il messaggio», racconta, «certo magari i pazienti anziani non stanno sui social e da quelli vado personalmente. Ma è importante arrivare a tutti e ogni mezzo è buono. Perché la gente vuole informazioni chiare e immediate, possibilmente da addetti ai lavori che conosce, di cui si fida. Il dramma pandemia è uno tsunami che sta travolgendo tutti e noi medici territoriali spesso siamo al fronte senza le adeguate protezioni. Voglio ricordare che in Italia sono morti 180 medici di base per il Covid a cui nessuno ha detto grazie. Ma tutti noi medici di famiglia continuiamo a fare il nostro lavoro facendo quello che dobbiamo fare. In scienza e coscienza. Ogni giorno». Anche in quelli di una pandemia.
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