Oliveri, il pm chiede due anni e 10 mesi

12 Ottobre 2016

Cade l’associazione a delinquere, per l’imprenditore ed ex vice presidente del Pescara resta in piedi la tentata truffa

TERAMO. Di un’inchiesta passata da Palmi a Teramo, falcidiata dalla mannaia dell’intervenuta prescrizione per molti dei reati contestati, il pm Stefano Giovagnoni ricostruisce tutti i passaggi che, dice in quasi due ore di requisitoria, «hanno consentito alle società della famiglia Oliveri di ottenere, nel corso degli anni, una grande quantità di soldi pubblici in modo del tutto illecito».

Ed è questo, per la pubblica accusa, il filo con cui legare le richieste di condanna per tre dei 12 imputati, a vario titolo, di aver architettato una maxi truffa per ottenere 42 milioni di euro di fondi statali ed europei nel settore oleario. Giovagnoni chiede la condanna a due anni e 10 mesi per Antonio Oliveri, 51 anni, calabrese di nascista e giuliese d’adozione, ex vice presidente del Pescara calcio, ad un anno e 4 mesi per il fratello Vincenzo e ad un anno e 4 mesi per Giuseppe Surdo.

I reati che restano in piedi per Oliveri e per cui il pm chiede la condanna sono quelli di tentata truffa e malversazione ai danni dello Stato, mentre per tutti chiede l’assoluzione per l’associazione a delinquere. Per molte delle ipotesi di truffa richiesta di assoluzione per intervenuta prescrizione e, in alcuni casi, per non aver commesso il fatto.

Ma Giovagnoni, in una requisitoria dal profilo squisitamente tecnico, non risparmia accuse quando dice che: «la pregevole attività della guardia di finanza di Catanzano oggi ci permette di affermare senza dubbio che buona parte di questi finanziamenti pubblici sono stati ottenuti attraverso una colossale e pianificata attività truffaldina». E aggiunge «sfruttando da un lato le falle previste dalle 488 del 1992, quella che consente di ottenere erogazioni di fondi pubblici per attività imprenditoriali, che stabilisce istruttorie e controlli di tipo solo formale basate su documenti che vengono presentati, pezzi di carta riportanti dichiarazioni di autocertificazioni di attività ed operazioni effettuate». Nel parlare delle varie società finite nell’inchiesta il pm rimarca come «tutte le società del gruppo facevano capo ad un’unica struttura organizzativa localizzata propria a Gioia Tauro, una struttura espressione di un unico centro di interessi economici». Accuse, quelle della procura, sempre respinte da Oliveri che in aula ha parlato di operazioni regolari «fatte nel pieno rispetto delle norme». Davanti ai giudici, oltre ai tre imputati per i quali è stata chiesta la condanna, sono finiti Vincenzo Borgia, Salvatore Erminio Surdo, Giuseppe Alberto Adolfo Calia, Santo Fichera, Maria Oliveri, Antonio Paradossi, Giovanni Oliveri, Paolo Pracilio, José Benet Calduc per i quali, in base ai diversi capi di imputazione, è stata chiesta l'assoluzione e nella maggior parte dei casi il non doversi procedere per prescrizione.

Nel corso della requisitoria il pm, inoltre, ha chiesto il riconoscimento della responsabilità amministrativa delle varie società, con il relativo divieto di contrattare con la pubblica amministrazione per un tempo da uno a due anni e con la revoca dei relativi finanziamenti ottenuti da alcune delle società incriminate. La pubblica accusa, inoltre, ha chiesto la confisca di circa quattro milioni di euro. Si torna in aula (collegio presieduto da Giovanni Spinosa) il 27 ottobre per le prime arringhe difensive. La sentenza a novembre.

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