Omicidio di Alba Adriatica, 20 anni a Marsili

18 Settembre 2014

Il giudice infligge il massimo della pena prevista dal rito abbreviato per il 43enne di Alba che uccise a coltellate l’ex cameriere Gabriele Di Clemente

ALBA ADRIATICA. Venti anni, il massimo della pena che può essere inflitta per omicidio in un processo abbreviato. E’ la pesantissima condanna che il gip Giovanni de Rensis ha inflitto al 44enne Andrea Marsili, ritenuto colpevole dell’omicidio di Gabriele Di Clemente, l’ex cameriere di 72 anni ucciso a coltellate ad Alba Adriatica la sera del 12 aprile dell’anno scorso. Un delitto dai contorni e dalle motivazioni ancora incerte, maturato al culmine di una lite tra due persone che neanche si conoscevano bene. Ma che a commetterlo sia stato Marsili non ci sono mai stati dubbi e il giudice, dopo alcune ore di camera di consiglio, ha deciso per applicare il massimo della pena per l’omicidio volontario non premeditao: 30 anni, che con la riduzione di un terzo prevista dal giudizio abbreviato diventano 20. Ben al di là di quanto aveva chiesto il pubblico ministero Bruno Auriemma, secondo il quale l’imputato andava condannato a 18 anni, pari a 12 anni del processo abbreviato.

Invano il difensore di Marsili, l’avvocato Florindo Tribotti, ha parlato di un problema psichico del suo assistito che lo avrebbe condizionato nello svolgersi delle azioni che hanno portato al delitto; del resto già nella precedente udienza il perito nominato dal giudice, lo psichiatra Sabatino Trotta, aveva escluso che Marsili fosse incapace di intendere e volere al momento dell’omicidio, pur tracciando il quadro clinico di un uomo affetto da disturbi della personalità e dalle conseguenze dell’alcolismo. Stessa diagnosi, ma con conclusioni opposte, era stata formulata dal perito della difesa che aveva invece insistito sullo stato di seminfermità mentale dell’imputato. Esclusa quindi tale circostanza, il giudice ha anche respinto la concessione dell’attenuante dovuta all’aggressione che Marsili avrebbe subito dalla vittima, applicando invece l’aggravante della recidiva, visto che l’imputato ha precedenti per resistenza e lesioni.

La sera del 12 aprile 2013 Marsili era andato a cena a casa di Di Clemente, invitato da due amici comuni. Si beve moto attorno a quel tavolo e dopo cena restano solo il padrone di casa e colui che dopo pochi minuti sarebbe diventato il suo assassino. Scoppia una lite, per motivi mai del tutto chiariti; Marsilii – forse aggredito o forse no – prima colpisce il suo ospite mani nude, poi impugna un coltellino e mena fendenti all’impazzata: un colpo raggiunge Di Clemente al collo e provoca un’emorragia inarrestabile. Marsili scappa e quando i carabineri lo rintracciano nella sua abitazione ha ancora gli abiti sporchi di sangue. «Le sentenze si rispettano», dice l’avvocato Tribotti, «aspetteremo le motivazioni e presenteremo appello. E la prima domanda che porremo ai giudici sarà questa: perché, visto che due perizie sono risultate contrastanti, ci è stata negata la superperizia che avevamo chiesto?». Ben diverso il commento dell’avvocato di parte civile Sara Vocale, che rappresenta i familiari della vittima, ai quali il giudice ha assegnato una provvisionale di 80mila euro con risarcimento da stabilirsi in sede civile: «Una sentenza esemplare, i familiari sono molto soddisfatti che ci sia stato questo segnale forte da parte della giustizia».

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