Omicidio Masi, archiviata l’inchiesta bis

Le indagini riaperte dopo vent’anni si sono concentrate su un ex collaboratore dello studio legale che si è ucciso nel 2009
TERAMO
Quando è già tempo di memoria senza che mai sia stata fatta giustizia, c’è un decreto d’archiviazione firmato dal gip Roberto Veneziano a stabilire che non ci sarà nessuna verità processuale per questa storiaccia da brividi che resta l’omicidio dei coniugi Masi. Perché una cosa è certa: le indagini riaperte nel 2024 sul delitto dell’avvocato Libero Masi e della moglie Emanuela Chelli – massacrati a colpi di machete nella loro villa di Nereto nella notte tra il il 1° e il 2 giugno del 2001 – hanno restituito presunti pezzi di verità ma il tempo ha vinto su tutto visto che l’uomo su cui si sono concentrati i nuovi accertamenti, un ex collaboratore dello studio legale del professionista, nel frattempo è deceduto. Si è tolto la vita nel 2009.
L’EX COLLABORATORE CON PROBLEMI PSICHICI
La memoria, però, è anche responsabilità. E nei tempi infiniti di cold case e indagini iper raccontate nei salotti televisivi, la ricerca della verità non può essere lasciata solo ai familiari delle vittime. Così in questa indagine ripartita da zero il lavoro certosino e scrupoloso dei carabinieri, l’audizione di decine di persone informate sui fatti (molti mai sentiti prima) e il sequestro di supporti tecnologici hanno permesso di far emergere l’ipotesi – che tale resta – che ad agire possa essere stato l’uomo conosciuto dall’avvocato. Un uomo che due, tre giorni prima del duplice delitto ha più volte chiamato il legale e che – è stato accertato da una documentazione medica – soffriva di problemi psichici che in più occasioni lo avevano portato a ricoveri psichiatrici e tso. E che, così risulta da varia documentazione medica allegata agli atti in cui si definiscono allucinazioni uditive, raccontava di «sentire voci che gli dicevano di prendere un coltello per uccidere». A questo proposito si legge nella richiesta d’archiviazione firmata dal procuratore Ettore Picardi e dal sostituto Stefano Giovagnoni (titolare del fascicolo) accolta dal gip Veneziano: «Il suicidio è giunto all’apice di un inesorabile peggioramento delle sue condizioni psichiche tanto che, durante uno dei suoi ultimi ricoveri, aveva riferito ai sanitari di sentire voci che lo esortavano a prendere un coltello per uccidere; inoltre il gesto suicidario è avvenuto proprio a ridosso dei giorni in cui si è avuta notizia del ritrovamento nella casa delle vittime di quel denaro in contanti ritenuto il vero movente del delitto (rapina sfociata in omicidio) venendo in tal modo meno quella pista investigativa a lungo ipotizzata dagli inquirenti che, da quel momento in poi, decidevano di percorrere nuove investigazioni». Nella richiesta, inoltre, gli inquirenti scrivono che l’uomo aveva depositato in Procura «l’esito di una sua personale ricerca su internet sulla massoneria associandola al delitto. E questo potrebbe apparire un segnale per allontanare da sè attenzioni investigative».
LE TANTE IPOTESI E LA PRIMA ARCHIVIAZIONE DEL 2010
La prima archiviazione del caso Masi risale al 2010. Nel decreto di archiviazione l’allora gip di Teramo Guendalina Buccella aveva spazzato via quella che all’epoca era l'unica convinzione di investigatori e inquirenti, ovvero una rapina degenerata. «Quanto all'ipotizzata rapina», si leggeva a questo proposito nel decreto di archiviazione, «gli accertamenti davano esito negativo, non potendo, poi, trascurare, il significato del successivo rinvenimento della cospicua somma di denaro che l'avvocato aveva riscosso il pomeriggio dell'omicidio». Somma che tanti anni dopo, nel corso di uno degli accertamenti fatti, era stata ritrovata tra le pagine di un libro sistemato su un mobile della villa di via Lenin. Archiviati anche i cinque sospettati: tre marsicani e due teramani. I marsicani erano gli stessi che cinque mesi dopo il delitto di Nereto vennero arrestati e poi condannati (prima all'ergastolo e in secondo grado a 30 anni) per l'omicidio di Roberto Manni, giovane commerciante di Morino, nella Marsica. «Le indagini», così a questo proposito nel primo decreto di archiviazione, «hanno consentito di escludere la loro presenza nella zona di Nereto in epoca compatibile con il delitto, di apprezzare l'incompatibilità dell'ascia rivenuta nella loro abitazione con quella utilizzata nella villetta di Nereto e di accertare che le impronte dei tre non corrispondono a quelle trovate nella casa dei Masi.
E poi c’è la figura di Massimo Bosco, disoccupato, all’epoca dei fatti residente in Val Vibrata, morto a 41 anni nel 2013 dopo essere stato preso a calci e pietrate alla periferia di Arezzo in una storia di disperazione tra barboni. Il suo nome era legato al delitto dei coniugi Masi: accusò se stesso e altre due persone dell'omicidio ma venne condannato a due anni e dieci mesi per calunnia. Raccontava che lui, come palo, ed altre due persone, avevano ucciso i Masi. Nessuno gli ha mai creduto: per inquirenti e investigatori era solo un millantatore. Proprio nel giorno della sua condanna, uno dei due uomini che aveva indicato come suoi complici dell’omicidio dell’avvocato e della moglie, morì per overdose a Pescara.
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