Ore decisive per salvare la Europlak

Dal concordato preventivo si può arrivare al fallimento: deserte le aste per vendere i beni e pagare 22 milioni ai creditori
TERAMO. Ore decisive per il futuro della Europlak, la storica azienda che produce cucine e che ha sede nel nucleo industriale di Sant’Atto.
L’azienda nel 2011 presentò una domanda di concordato preventivo con liquidazione parziale dei beni. Un piano – i commissari giudiziali erano Maurizio Ferrari, Alessia Moscardelli ed Eda Silvestrini – sottoposto nel 2012 al placet dell’adunanza dei creditori e quindi omologato dal tribunale.
In sostanza con la vendita del capannone di Sant’Atto e di un terreno la procedura prevedeva di realizzare 11 milioni di euro, con cui soddisfare integralmente i creditori privilegiati e altri 11 milioni per i chirografari, la cui percentuale di soddisfo poteva variare dal 17 al 28%. Ma le cose non sono andate così. Infatti in un momento di crisi lunga e profonda come quella che dura ormai da quasi dieci anni, le aste per vendere gli immobili sono andate deserte.
Ce ne sono state almeno quattro, e il prezzo è andato via via scendendo fino a raggiungere una base d’asta di 6,2 milioni per il capannone (da 11,7) e 450mila per il terreno (da 800mila euro). Una situazione di cui i due liquidatori giudiziali, Renzo Di Sabatino e Piero Norscia, non hanno potuto che prendere atto. Con cifre del genere la stima è il soddisfo al 70-75% dei privilegiati e niente per i chirografari. Fino a quando l’altroieri il giudice delegato, Giovanni Cirillo, ha convocato la debitrice Europlak dei fratelli Piccioni di Mosciano allo scopo di accertare lo stato della procedura di ammissione al concordato preventivo, già omologato, in “esercizio provvisorio “.
I liquidatori giudiziali, ai fini dell’esecutività del concordato preventivo con cessione parziale dei beni, nella relazione informativa presentata al giudice, hanno esposto situazioni contabili che tengono conto appunto del fatto che tante aste sono andate deserte.
In sede di discussione durante l’udienza un creditore ha poi richiesto la risoluzione del concordato ai sensi dell’articolo 186 della legge fallimentare e pertanto il fallimento della storica azienda di Mosciano (poi trasferitasi a Sant’Atto) sostenendo che non ci sarebbero più i presupposti di continuazione del concordato.In casi del genere è prassi che il giudice conceda termini alla debitrice, al fine di migliorare al proposta, anche con l’offerta ai creditori di altri beni, con riserva di decidere all’esito. In questi giorni, a stretto giro, il giudice riferirà al collegio e si deciderà se respingere la richiesta di fallimento o meno.
All’interno dell’azienda, nel frattempo, l’attività produttiva continua: il marchio è tuttora appetibile e ha mercato, è infatti sinonimo di prodotti di qualità.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

