Padre e figlio arrestati, il giudice «Sì al sequestro di due milioni»

15 Novembre 2022

Accolta la richiesta della Procura, il provvedimento già notificato a Massimo e Daniele Dell’Orletta Le difese annunciano il ricorso al Riesame dopo quello già presentato sugli arresti domiciliari

TERAMO. È un sequestro per due milioni di euro a carico di padre e figlio a mettere un altro punto fermo nella maxi inchiesta sui fallimenti.
Il provvedimento (un sequestro preventivo per equivalente da un milione e 300mila euro e un altro da 700mila euro) è stato firmato dal gip Marco Procaccini che ha emesso il decreto accogliendo la richiesta dei sostituti procuratori Stefano Giovagnoni e Silvia Scamurra, i pm titolari del fascicolo. La parola equivalente indica il meccanismo di questo istituto giuridico che blocca beni corrispondenti alla somma che gli inquirenti ritengono essere stata accumulata illecitamente. In questo caso è il volume d’affari che, secondo le accuse della Procura ancora tutte da dimostrare, avrebbero messo insieme il 69enne commercialista rosetano Massimo Dell’Orletta, coinvolto nella sua veste di curatore fallimentare, e il 38enne figlio Daniele entrambi agli arresti domiciliari con il secondo che si è costituito rientrando appositamente da Londra dove lavora nel mondo della finanza. Un sequestro, la cui esecutività è stata delegata alla guardia di finanza, che nei giorni scorsi è stato notificato ai due indagati e per cui le difese (il padre è assistito dall’avvocato Fabrizio Acronzio, il figlio dall’avvocato Gaetano Biocca) annunciano già il ricorso al Riesame. Così come già fatto per le misure cautelari.
La Procura contesta a pdre e figlio le accuse di interesse privato negli atti di un fallimento e un episodio di peculato. Al centro dell’inchiesta operazioni attuate dal commercialista proprio nella sua veste di curatore fallimentare o commissario giudiziale nell'ambito di procedure fallimentari. In particolare, sempre secondo l’accusa di inquirenti e investigatori tutta da dimostrare, sarebbe emerso che il professionista, avvalendosi di società costituite ad hoc in Italia e all'estero, riconducibili a lui e al figlio, avrebbe acquistato, proprio nell'ambito delle procedure fallimentari, crediti deteriorati e successivamente, in virtù della propria posizione di curatore, avrebbe provveduto, mediante una nuova ripartizione dell'attivo fallimentare, ad assegnare agli stessi crediti un maggiore valore economico incassando così, tramite queste società, consistenti somme di denaro in un giro d’affari che sarebbe stato quantificato in un milione e mezzo di euro. I crediti deteriorati o prestiti non performanti (in inglese non performing loans, Npl) sono crediti delle banche (mutui, finanziamenti, prestiti) che i debitori non riescono più a ripagare regolarmente o del tutto.
Si tratta in pratica di crediti delle banche (debiti per gli altri soggetti) per i quali la riscossione è incerta sia in termini di rispetto della scadenza sia per l'ammontare dell'esposizione di capitale. I non performing loans nel linguaggio bancario sono chiamati anche crediti deteriorati o crediti inesigibili e si distinguono in varie categorie fra le quali le più importanti sono le sofferenze. Queste posizioni in perdita devono essere integralmente coperte dalle aziende di credito. Esse possono essere risolte direttamente o le posizioni possono essere cedute a prezzi di saldo, solitamente lotti numerosi a fronte di denaro liquido, a società che studiano la composizione del portafoglio e valutano le probabilità di riscossione dei crediti deteriorati sulla base delle informazioni commerciali dei soggetti debitori. Nell’inchiesta ci sono 4 indagati tra cui un avvocato che nei giorni scorsi è stato interrogato su sua richiesta.
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