Padre Francesco e la Tendopoli Da 40 anni dalla parte dei giovani

2 Febbraio 2020

Il passionista inventore del raduno al santuario di San Gabriele con migliaia di ragazzi da tutta Italia «Iniziammo con tre tende militari residuato bellico scovate in soffitta, siamo cresciuti insieme»  

ISOLA DEL GRAN SASSO. Prima di essere mille altre cose questa è una storia tutta da raccontare nel nome di chi non si è mai arreso. A un papà che non lo voleva prete, alla balbuzie ostacolo al seminario, ai tanti no collezionati. Perché occorrono sempre sguardi molto acuti per capire gli altri e padre Francesco Cordeschi, 73 anni a luglio di cui 50 con il saio addosso, è il coraggio delle scelte concrete che costringe ad aprire gli orizzonti. Francesco ti porta dritto al cuore di questa storia nata quarant’anni fa con dieci ragazzi e tre tende militari scovate in una soffitta del santuario di San Gabriele. Ma la vita è uno stare sui fatti giorno per giorno e in quarant’anni le tende sono diventate centinaia a mettere insieme quella Tendopoli nata all’ombra del Gran Sasso ed esportata nel mondo: dal Venezuela alla Colombia, dal Messico al Cile. «I giovani sono il pungolo, ti costringono a rinnovarti ogni giorno per cercare un dialogo» ti dice questo passionista nato all’Aquila, teramano d’adozione ma cittadino del mondo.
Il mondo cambia in fretta e trovare le parole per raccontarlo è sempre più difficile. Come sono cambiati i giovani in questi quarant’anni di Tendopoli?
«Oggi il vero problema è quello di interessarli a qualcosa, farli riflettere su qualcosa. Lo stare bene li fa vivere in una sorta di gabbia dorata. I ragazzi sono sempre figli dell’epoca storica in cui vivono e oggi ancora di più: sono quelli dell’avere e non dell’essere. La precarietà degli ultimi anni ha giocato un grosso ruolo: oggi sono più insicuri, restii a fare progetti per il futuro. Vivono solo l’oggi e anche male. Uni dei tratti caratteristici delle nuove generazioni è la difficoltà a stabilire relazioni significative con gli altri, frutto della tendenza a relazionarsi sempre sul modello dei social media: mi presento con una certa identità e vado avanti. Per questo preferiscono le relazioni virtuali, perché è più facile gestirle. Ma il confronto aiuta tutti: loro a crescere, gli altri a non perdere mai di vista l’utilità del dibattito».
Quarant’anni fa come le è venuta l’idea della Tendopoli?
«Erano gli anni Ottanta, facevo il missionario e incontravo i ragazzi nelle parrocchie. Mi dicevano: vanno bene gli incontri, le chiacchierate, ma bisognerebbe creare qualcosa che duri nel tempo, qualcosa in cui raccogliere le esperienze di tutti. Da alcuni anni a San Gabriele si celebrava la festa dei giovani. Nell’ultima edizione padre Umberto, superiore del santuario, mi chiese di aiutarlo nella preparazione della manifestazione. In quegli anni era impensabile chiedere l’ospitalità di laici in convento. Pensai alle tende e allora recuperammo delle tende in soffitta, una sorta di residuato bellico, e le montammo nel piazzale antistante il santuario. Nel 1980 nacque la prima Tendopoli: nella prima edizione eravamo in venti, ma crescemmo di anno in anno. Il terzo anno eravamo in trecento e da allora siamo diventati sempre di più. Nel 1985 ci fu la visita di papa Giovanni Paolo II che incontrandomi mi disse: “Vai avanti, non ti fermare. Non mi sono più fermato”».
In questi anni tante storie, tanti incontri, tanti confronti. Che cosa l’ha colpita di più?
«Ogni incontro e ogni scontro con gli altri ti lascia sempre qualcosa. In questi anni, però, sono due i momenti che mi restano stampati nella memoria e nel cuore. Uno è un incidente stradale durante la tendopoli con una ragazza in fin di vita. L’accompagnai in ambulanza e mi chiedevo il perché di tutto questo. Ma nella vita accade sempre qualcosa che ti rimette in discussione per fortificarti. Quella giovane si salvò e io capii tante cose. Un altro ricordo è legato a un ragazzo abituale frequentatore della Tendopoli, immerso negli studi e nella vita con una fidanzata e tanti progetti: mi disse che aveva capito che il suo progetto di vita era il sacerdozio. Oggi fa il missionario per il mondo».
E lei perché è diventato prete?
«Erano gli anni settanta, vivevo a Lucoli, nell’Aquilano. Erano gli anni delle contestazioni, dei giovani sempre in prima linea. Mio padre non voleva che facessi il prete. Mi diceva: “Pensaci, se non lo fai sono più contento”. Ci pensai bene, andai a trovare anche un vecchio sacerdote che viveva in una casa di riposo. Mi disse “Farsi prete è una grande fregatura”. Quando stavo per uscire mi richiamò e mi disse: “Diventa prete ma sappi che devi essere disposto ad essere spremuto come un limone”. A 23 anni, quando ero nel seminario feci anche una esperienza fuori, una esperienza di lavoro in un club sportivo. Ricordo che in quegli anni facevo parte anche di una band musicale che si chiamava “Quartetto matto”. Allora ero balbuziente: feci lezioni di fonetica per oltre anno per imparare a parlare e farmi prete. Sono felice di averlo fatto e lo rifarei ancora. Oggi non mi so pensare senza Tendopoli perché i giovani sono stati lo scalpello che mi fanno formato così come sono. Nel bene e nel male».
Che cosa avrebbe potuto fare e non ha fatto per la Tendopoli?
«Ho un rammarico: quello di non aver potuto realizzare un villaggio per la Tendopoli. Avevamo il progetto pronto ma non è stato possibile realizzarlo. Probabilmente sarebbe potuto diventare un progetto a livello nazionale per coinvolgere tanti altri giovani visto che in questi anni siamo arrivati ad ospitare migliaia di ragazzi provenienti da tutta Italia. Però mai dire mai nella vita. Chissà un giorno, riusciremo a realizzarlo. Mi piacerebbe piantare le tende perché alla fine si arriva sempre da qualcosa o da qualcuno».
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