«Pagavo mille euro al mese per la cocaina»

Nel processo per la droga della camorra i racconti di tanti piccoli imprenditori finiti nel giro come consumatori
TERAMO. C’è l’imprenditore edile che costruisce e vende case, il titolare della società di trasporto «ma ora è fallita», quello della ditta d’abbigliamento «che va così e così». E poi altri ancora a raccontare da consumatori in un’aula di tribunale (almeno quando ricordano davanti alle continue contestazioni del pm) dove finiscono i chili di cocaina che arrivano nel Teramano dalle piazze napoletane gestite dalla camorra. Come quello che dice «ogni mese spendevo fino a mille euro per la cocaina. Servivano per le seratine, quelle con gli amici». E dettaglia la raccolta dei soldi («90, 100 euro a testa che è il costo di un grammo») con cui poi andare dallo spacciatore per comprare il quantitativo giusto per «la seratina».
Il processo è quello nato dalla maxi inchiesta (titolare del fascicolo il pm Luca Sciarretta) su un vasto giro di spaccio e rapine con i cui proventi sarebbero stati finanziati prestiti usurai ad imprenditori strozzati dalla crisi e che vede imputati davanti ai giudici (collegio presieduto da Alessandro Iacoboni, a latere Francesca Avancini e Carla Fazzini) il 49enne campano Giuseppe Cacciapuoti, e Piero Guarnieri, 39enne di Mosciano (assistiti rispettivamente dagli avvocati Gugliemo Marconi e Nello Di Sabatino). Gli altri sette coinvolti hanno già definito nel tempo la loro posizione con riti alternativi.
Nella complessa istruttoria si intrecciano storie di vita che diventano testimonianze pesanti come macigni. Dopo quella dell’ex boss della camorra ora collaboratore di giustizia che nell’ultima udienza ha raccontato della sua permanenza nel Teramano e di come fornisse grosse partite di droga a Cacciapuoti, in aula sfila chi dà un volto ai nomi intercettati nelle telefonate. Che sono, appunto, quelli di piccoli, ma non solo, imprenditori. Alcuni consumatori occasionali, altri no. Alcuni con una disponibilità finanziaria tale da pagare subito, altri sfiancati dalla crisi e che tra i debiti accumulati mettono anche quelli per la cocaina. Come quello che per quei duecento euro da ridare a Cacciapuoti gli offre i rifornimenti di gasolio, o ancora gli altri che pagano facendo delle ricariche. Le cessioni? Al bar, a casa, nel parcheggio. E altrove. Anche se in aula i «non ricordo» diventano frequenti. Così tanto che per uno dei testi il pm chiede al tribunale la trasmissione degli atti in Procura per falsa testimonianza. E’ un piccolo commerciante, ora in carcere per droga, che racconta di aver conosciuto Cacciapuoti mentre lui frequentava il Sert di Nereto per disintossicarsi e l’altro era uno dei vigilantes di una ditta esterna impiegato nella struttura pubblica.
Ma la droga è solo una delle tante facce dell’inchiesta che incrocia rapine e prestiti usurai ad altri imprenditori, quelli decimati dalla crisi ma pronti a tutto per sopravvivere. Rapine e spaccio che, secondo le accuse che all’epoca portarono alle svariate ordinanza di custodia cautelare, sarebbero servite per procurarsi i soldi con cui fare i prestiti.
Perchè se tutto diventa business criminale allora si può anche "investire" nell'usura con interessi da capogiro. Tecnicamente tutti con il superamento del tasso soglia. Come ribadisce e dettaglia in aula il consulente della Procura Tiberio Aloisi nella sua audizione.
Si torna davanti ai giudici il 24 aprile con gli altri testi della pubblica accusa.
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