Paolo Di Emidio, il chirurgo inventore

4 Agosto 2019

Ai progetti di ricerca in medicina, lo specialista del Mazzini ne abbina di ludici come il decanter con la spirale di Fibonacci

TERAMO. È uno stimato medico dell’ospedale di Teramo, ma nella vita privata fa l’inventore. Paolo Di Emidio, 56 anni, di Controguerra, specialista in neurochirugia e in chirurgia maxillo facciale, dirige un’unità operativa semplice a valenza dipartimentale di quest’ultima specialistica. E la sua propensione a innovare, a cercare soluzioni sempre più avanzate ai problemi si concretizza non solo nella professione medica, per cui ha curato e sta curando diversi progetti di ricerca, ma anche nei più disparati campi dello scibile umano. Tant’è che è arrivato a progettare un decanter basato sulla successione di Fibonacci.
Parliamo intanto delle innovazioni in campo medico.
«Prima del Mazzini, ho lavorato all’Irccs di Trieste e ancor prima all’Hopital Lariboisiere di Parigi e al centro oncologico europeo Gustave Roussy sempre a Parigi, dove ho fatto dei trials clinici. Ho avuto da sempre la propensione a inventare e, laureato in medicina, l’ho applicata in questo campo. In Francia ho portato avanti tre progetti di ricerca con il ministero della Salute, era il 2002. Uno al centro oncologico europeo: era sulla ricostruzione di una mandibola nei malati di tumore, con una tecnica innovativa. Altri due progetti li ho svolti al Lariboisiere sullla decompressione canica nei traumi e per fissare le ossa craniche post craniectomia. Sono stati tutti pubblicati su importanti riviste internazionali. La situazione in Francia è diversa rispetto alla nostra: lì negli ospedali c’è un ufficio innovazione tecnologica che si occupa di tutto. Il primo progetto, quello sulla mandibola, fu interrotto al ministero perchè in quel periodo scoppiò un'infezione della mucca pazza e allora si usava osso animale deantigenato. Ora questo progetto l'ho appena ripreso perchè ora esistono biomateriali molto innovativi che molto probabilmente permetteranno prima in vitro poi in vivo di ricostruire la mandibola nei casi patologici di distruzione delle ossa facciali».
Lei ha al suo attivo una quarantina di invenzioni, non solo in campo medico.
«Ho affiancato anche progetti più ludici. Quasi per gioco ho disegnato scocche di auto, scarpe, modelli di occhiali. Ho
disegnato una scarpa per correre sulla sabbia senza affondare, di interesse militare. Mi sono ispirato allo zoccolo del cammello che è chiuso quando è sollevato mentre tende a divergere a contatto con la sabbia, creando una superficie maggiore così non affonda. Oppure c’è un giubbino per la sicurezza sul lavoro, leggerissimo, che quando si cade si irrigidisce e diventa un'armatura.
E poi c’è l’ultimo nato, il decanter di Fibonacci.
«Nel 2017 un'associazione culturale mi ha chiesto di disegnare un decanter: io mi misi a pensare, anche se loro se ne disinteressarono, Una mattina leggevo un trafiletto su Fibonacci e sulla sua “progressione aurea” e mi venne in mente da applicarla al decanter. L'ho fatto disegnare al computer con tecniche i computer grafica e ho fatto fare un primo prototipo nelle Marche, in poliammide. Siamo andati a testarlo nelle aziende vitivinicole più famose della Toscana: l’Ornellaia, Caiarossa e Sassicaia. Ed è risultato che il vino nel decanter di Fibonacci acquisisce caratteristiche organolettiche molto differenti. Un enologo ha spiegato che durante l'ossigenazione, le particelle odorose rimangono imprigionate nell'ampolla che per la sua forma non permette l'ingresso di altro ossigeno. Avviene dunque una ossigenazione in ossido riduzione donando al vino maggior armonia ed equilibrio rispetto al decanter tradizionale. Ora è in policarbonato, il problema è che attualmente non si può realizzare in vetro. E questo è un ostacolo per la commercializzazione. Ma ora stanno uscendo le stampanti 3D per il vetro, c'è uno spiraglio».
Tante idee, dunque, ma le rimane in sogno da realizzare?
«Il mio sogno è creare un gruppo no profit di giovani, magari ingegneri, matematici, informatici, in cui possono essere sviluppate le idee. Io metterei a disposizione tutta la mia esperienza. Li aiuterei a orientarsi, a capire come realizzare le proprie idee. Oggi infatti contano le idee, che però hanno una durata molto limitata. Normalmente un'idea nasce, cresce e decresce nel giro di tre anni. Il mercato funziona così: bisogna avere un'idea, un gruppo che finanza e una rapida progettualità: con la globalizzazione tutto viene copiato in breve tempo.
Le parla di giovani, ma come si diventa inventori?
«Per quanto mi riguarda è una propensione familiare: da piccolo ho costruito un motorino, balestre, fionde insieme a mio fratello Vladimiro, che ha un'industria chimica e ricicla metalli preziosi dai circuiti elettronici a Controguerra. Idem per i cugini in America: uno è astronauta e collaudava gli Shuttle. Forse il gene ce l'abbia trasmetto mia madre. Penso, tutto sommato, di essere una persona normale forse con un po’ più di fantasia. L'unico rimpianto è che tutte queste idee che potrebbero creare lavoro si perdono. Quando sono state utilizzare all'estero hanno fatto business».
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