Parolisi, definitiva la condanna a 20 anni

Respinge il ricorso sulle attenuanti generiche. Il padre della donna: «Così mia figlia non ha avuto giustizia»
TERAMO. Nei giorni di Sara, strangolata e bruciata a 22 anni dall’ex, e delle tante altre di un elenco senza fine, la Cassazione dice no ad una nuova riduzione di pena a Salvatore Parolisi. L’ex caporalmaggiore dell’esercito, che il 18 aprile del 2011 massacrò con 35 coltellate la moglie Melania Rea, sconterà la condanna a vent’anni che da ieri è definitiva: per la Suprema Corte, la stessa che nel 2015 non gli ha riconosciuto l’aggravante della crudeltà, non merita nessuna attenuante generica. Ovvero, fuori dai tecnicismi giuridici, quelle circostanze non di fatto delle quali un giudice può tener conto per diminuire la pena fino ad un terzo. Per gli avvocati del militare, invece, una concessione possibile, così avevano scritto nel ricorso bis in Cassazione, «per pregressa incensuratezza, giovane età, attaccamento alla figlioletta, qualità di uomo mite e di militare impegnato in missioni umanitarie».
La giurisprudenza insegna che un caso giudiziario è chiuso solo con una sentenza definitiva, ma ci vogliono le parole di Gennaro Rea, il papà di Melania, a spazzare via i luoghi comuni. «Definitiva? Mi dica lei cosa c’è di definitivo in una famiglia che si ritrova a crescere una bambina perchè la mamma è stata uccisa», dice al telefono pochi minuti dopo aver saputo, «Melania non ha avuto giustizia perchè vent’anni sono davvero pochi. La Cassazione non ha riconosciuto le attenuanti generiche, ma è la stessa Cassazione che un anno fa ha stabilito che mia figlia non è stata uccisa con crudeltà facendo diminuire la pena. Io capisco che i giudici applichino le norme, ma non dovrebbero dimenticare che ci sono le persone, quelle che non ci sono più e quelle che sopravvivono». Sopravvissuti nel silenzio, avvolti nel lutto come una seconda pelle. E se il legale della famiglia Rea, l’avvocato Mauro Gionni dice: «Finalmente poniamo fine a questa vicenda con il riconoscimento che Parolisi è l’assassino della moglie», è ipotizzabile che il caso finisca alla Corte di Strasburgo. Così, infatti, annunciano i legali dell’ex militare, gli avvocati Federica Benguardato, Valter Biscotti e Nicodemo Gentile. «Quello a Parolisi», dicono, «rimane un processo aperto, con grandissimi dubbi. Tante ombre e incertezze non dissipate dalle sentenze. È quindi inevitabile un ricorso alla Corte europea di Strasburgo per stabilire se il nostro assistito abbia subito un giusto processo». Parolisi, da qualche tempo detenuto nel carcere militare di Santa Maria Capua a Vetere, destinatario di decine di lettere di fan (come la cronaca racconta dai tempi di Pietro Maso in poi), protagonista di una pagina Facebook con duemila iscritti convinti della sua innocenza, ripete che non ha ammazzato sua moglie, che l’ha tradita ma non uccisa. Che quel giorno di aprile è rimasto a far dondolare la figlia sull’altalena del pianoro di Colle San Marco, mentre Melania è sparita alla ricerca di un bagno. Fino ad oggi nessun giudice gli ha creduto.
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