Parolisi si difende in tv: «Contro di me niente prove Ho tradito ma non ucciso»

6 Luglio 2023

L’ex militare condannato a 20 anni per aver ammazzato la moglie parla a “Chi l’ha visto?”: «L’amavo, ma lei ad Ascoli veniva poco. Non l’avrei mai lasciata, all’altra dicevo bugie»

TERAMO. Nei giorni di Michelle, uccisa a 17 anni e delle tante altre donne assassinate in un elenco senza fine, Salvatore Parolisi sceglie la televisione per dire che «contro di lui nessuna prova».
L’ex caporal maggiore condannato a vent’anni per l’omicidio della moglie Melania Rea, massacrata con 35 coltellate e lasciata agonizzante nel bosco delle Casermette, dopo aver scontato 12 anni della pena può usufruire di permessi premio giornalieri dal carcere milanese di Bollate dove è detenuto ormai da tempo. Perché succede sempre che a un certo punto sia l’aritmetica degli sconti, prevista dal nostro ordinamento, a imporsi su tutto. Ed è proprio durante un permesso che il 45enne di Somma Vesuviana ha rilasciato l’intervista alla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” per ribadire la sua innocenza.
Ha parlato davanti alle telecamere, ma non lo ha mai fatto davanti ai magistrati: né da imputato né da condannato. «Se fosse vero quello di cui mi accusano», dice, «allora direi datemi l’ergastolo e butterei la chiave. Ma le prove non ci sono, non hanno provato quello di cui mi accusano». E ancora: «Io a Melania l’amavo, il matrimonio era stato il mio sogno. Ma lei non c’era quasi mai. Stava sempre con i suoi e solo ogni tanto saliva ad Ascoli. Poi quando è rimasta incinta è finito tutto. Così ho avuto delle storie, quando Melania ha scoperto il tradimento con Ludovica (la soldatessa con cui aveva una relazione, ndr) l’ha chiamata e me lo ha detto. All’altra raccontavo delle balle, ma io Melania non l’avrei lasciata. Le davo 500 euro al mese per le spese». Aggiunge: «Ci sono mafiosi con tanti ergastoli che hanno avuto permessi premi. Io ho dovuto fare 12 anni per 12 ore, 12 ore di permesso di m. Se trovassi un lavoro potrei anche uscire prima, ma con il mio nome nessuno mi prende. Sarà dura perché ci sono pregiudizi». Tre gradi di giudizio in cinque anni hanno stabilito che il 18 aprile del 2011 Melania è stata uccisa dal marito nel bosco delle Casermette. Dall’ergastolo del primo grado con il rito abbreviato Parolisi è passato ai trent’anni in appello e, successivamente al ricorso in Cassazione che ha eliminato l’aggravante della crudeltà, agli attuali vent’anni. Per i giudici è stato un delitto d'impeto, non premeditato, maturato forse al termine di un litigio: l’ex caporal maggiore aveva promesso alla sua amante che si stava separando dalla moglie, che quel fine settimana di Pasqua l'avrebbe raggiunta per conoscere i suoi genitori. Forse l'ha detto a Melania, forse lei lo ha capito mentre la vita le sfuggiva tra gli alberi di un bosco.
Alle 15 di quel giorno Parolisi era con Melania a Ripe e non sul pianoro di Colle San Marco. Lo dicono, sostengono tre gradi di giudizio, 52 testimoni «affidabili e circostanziati» che erano sul pianoro e che non l'hanno visto così come lui non li ha visti; lo dicono le foto scattate dai ragazzi che stavano giocando a pallone vicino all'altalena. Parolisi, si legge nelle decine di pagine di motivazioni, mente. Lo fa per costituirsi un alibi, per sviare le indagini. Ma, ricostruiscono sempre le sentenze, cerca di depistare anche quando, mentendo, dice ai colleghi della caserma in cui addestra soldatesse che le forze dell'ordine non vogliono che si facciano battute alla ricerca della donna; quando il 19 aprile, il giorno dopo la scomparsa della moglie, chiama la soldatessa amante per dirle che Melania non si trova e per chiederle di cancellare il loro profilo su Facebook. Michele Rea, fratello di Melania, quelle motivazioni le ha lette tutte. Dice: «Parolisi può aver chiuso il conto con la giustizia, ma si ricordi che quello con la famiglia Rea resterà aperto per sempre».
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