Pasqua, quasi azzerata la vendita di agnelli
Ristoranti chiusi e divieto di riunirsi e fare festa: decine di allevatori teramani in ginocchio
TERAMO. Sono almeno trenta gli allevamenti più grandi, poi ci sono una miriade di piccole aziende, che in provincia hanno subito un grave contraccolpo per la quarantena.
La Pasqua rinchiusi a casa, la Pasquetta altrettanto, hanno fatto crollare la domanda di carne di agnello. Non tutti festeggeranno con un banchetto in grande la Pasqua visto che è impossibile spostarsi. Poi i ristoranti chiusi e la concorrenza dei supermercati che molto spesso si riforniscono di carni “straniere” a basso prezzo (e ovviamente minore qualità), hanno fatto il resto. A parlare del problema è Filiberto Malatesta, veterinario aziendale di alcuni allevamenti. «Gli allevatori dall’agosto scorso con gli accoppiamenti si erano preparati a una richiesta di prodotto che adesso non è più realistica», spiega il veterinario, «e la mancata vendita si tramuta in una forte perdita di reddito a cui si somma un aumento di costi per l’alimentazione degli animali cresciuti. Fondamentalmente, poi, i nostri allevatori non hanno rapporti con la grande distribuzione, ma riforniscono maggiormente il mercato locale dei ristoranti (ora chiusi) e delle macellerie (che hanno subito un calo delle vendite)». Malatesta auspica, fra l’altro, che le grandi catene distributive stringano accordi con gli allevatori teramani, che nascano consorzi di commercianti e intermediari per rendere la filiera più robusta e che i consumatori dirigano i propri acquisti verso «prodotti locali i quali, oltre che di qualità, sono portatori di cultura e rafforzano un’economica circolare sul territorio».
Sulla stessa linea anche gli allevatori. Pancrazio Di Pancrazio ha il suo allevamento a Piancarani di Campli. «Nello spaccio aziendale entrano pochi clienti, visto che non si può circolare. E poi fornivo un agriturismo che ora è chiuso. Da tre settimane non riesco a vendere più niente. Dopo Pasqua gli agnelli cresceranno. E sarà un problema, perchè non abbiamo nemmeno la manodopera che con il Covid non può tornare in Italia. Stiamo in un mare di guai, sia per il mancato guadagno che per come accudirli. Rivolgiamo un appello alle istituzioni, che ci diano una mano. Siamo fortemente penalizzati dalla concorrenza estera, soprattutto in questa situazione. I grossisti li vorrebbero prendere da noi a bassissimo costo. L’appello è anche al consumatore, a darci una mano: le famiglie per Pasqua acquistino prodotti locali. Aiutiamoci l'uno con l'altro».
Aldo Cardamone di Atri osserva che «a parte il fatto che è rimasto un solo grossista, subiamo la concorrenza del prodotto estero. Io ho 500 agnelli e ho poche speranze di venderli per Pasqua, visto peraltro che i ristoranti sono chiusi, e dopo sarà ancora peggio. Io penso che le istituzioni ci dovrebbero supportare e anche i consumatori dovrebbero scegliere quelli locali, almeno così sanno quello che mangiano. Ad esempio noi non gli diamo nemmeno il mangime». (a.f.)
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