Percolato nel fiume, quattro condanne

Otto mesi all’ex presidente Di Matteo e ai vertici del Csa dell’Aquila, multa a De Carolis. Il pm: impianto da chiudere
TERAMO. L’epilogo del processo di primo grado per lo sversamento del percolato dal Cirsu nel Tordino è in quattro condanne per reati ambientali, tra cui quella dell’ex presidente del consorzio Angelo Di Matteo fino al 2013 ai vertici regionali di Legambiente.
Ma è la requisitoria del pm Luca Sciarretta a consegnare l’impietosa fotografia di una realtà che, tra nuovi allarmi, inchieste e ricorsi, resta sotto gli occhi di tutti a testimoniare ogni giorno quello che non è stato fatto: «Questo processo consegna un’amara verità perchè i fatti dicono che l’impianto del Cirsu non poteva essere riaperto, non era in condizioni di essere riattivato. Doveva essere manutenuto, sorvegliato a vista e portato ad una chiusura controllata. Bisognava investire i finanziamenti nella bonifica e non portare nuovi rifiuti. Non aver preso atto di questo significa che il polo del Cirsu ha contribuito ad inquinare il fiume, il terreno, la falda sottostante e l’aria». Perchè è questo lo scenario ipotizzato dalla Procura nel processo iniziato nel 2016 e concluso ieri pomeriggio davanti al giudice onorario Enrico Pompei. Quattro gli imputati chiamati a rispondere di violazioni di normative ambientali: oltre a Di Matteo, all'epoca dei fatti presidente del consorzio, Diego De Carolis, da maggio a novembre 2013 legale rappresentante del consorzio intercomunale rifiuti, Massimo Martinelli, presidente del consiglio di amministrazione del Consorzio Stabile Ambiente dell'Aquila (società che all’epoca gestiva il polo tecnologico di Grasciano) e Francesca Maria Siciliani, amministratore unico della ditta Gea dell'Aquila, ente associato al Consorzio Stabile Ambiente. Di Matteo e Martinelli sono stati condannati alla pena di otto mesi, mentre Siciliani ad otto mesi e 15 giorni. Tutti e quattro sono stati condannati al pagamento di 6mila euro di multa visto che alcuni dei reati contestati (tutti nel testo unico ambientale) prevedono pene contravvenzionali. Tutti sono stati assolti per il capo riguardante il mancato rilascio e rinnovo del certificato di prevenzione incendi. Il pm aveva chiesto un’ammenda di 10mila euro per De Carolis, un anno e quattro mesi per Di Matteo e Siciliani, un anno e tre mesi per Martinelli. Nel processo nessuno, nè tra gli enti pubblici nè tra i privati, si è costituito parte civile. Il collegio difensivo era composto dagli avvoc ati Eugenio Galassi, Nicola Sotgiu, Marco Pierdonati, Gianrico Ranaldi.
L’indagine, la prima sul Cirsu, scattò nel 2015 dopo l’esposto di un gruppo di cittadini che segnalava la presenza di percolato nel fiume Tordino, fenomeno accertato dalle successive ispezioni fatte da Forestale e Arta. E in attesa delle motivazioni della sentenza, preannunciate tra novanta giorni, restano le parole della requisitoria a raccontare i passaggi di un’inchiesta forte anche degli svariati pronunciamenti che, soprattutto negli ultimi anni, sono arrivati sia dalla Cassazione sia dalla legislazione europea sui reati di natura ambientale a cominciare da quel principio di precauzione e da quei poteri di controllo imposti alla pubblica amministrazione. In una situazione, ha sottolineato il pm, conseguenza di inadempienze di anni e di un mancato sistema di controlli. «La chiave di volta è la prevedibilità», ha detto Sciarretta, «e dove c’è prevedibilità c’è responsabilità». Perchè per il pm non ci sono mai stati elementi di forza maggiore che hanno determinato situazioni di emergenza «ma una sistematica e continua elusione delle regole di controllo».
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