Pompa: sì, la città è morta Obbligatorio andarsene

8 Ottobre 2016

Il ristoratore, chiuso “Il Cantinone”, è emigrato a Londra: «A Teramo non c’erano più possibilità di sopravvivere. Le colpe? Dei politici ma anche di noi operatori»

TERAMO. Un anno fa ha chiuso la sua ultima attività in centro, lo storico ristorante "Il Cantinone", e da febbraio si è trasferito a Londra. La scelta di Paolo Pompa, discendente di una famiglia che per un secolo ha legato il proprio nome alla proposta enogastronomica cittadina, esprime già da sé l'idea che il ristoratore si è fatto di Teramo. Nella capitale del Regno Unito gli sono arrivati gli echi della clamorosa protesta dei commercianti che, con un presidio tuttora attivo all'incrocio tra via Carducci e via Duca d'Aosta, protestano contro errori e lungaggini nei lavori di riqualificazione che da mesi rendono quasi del tutto impraticabile corso San Giorgio. Per loro la città sta morendo insieme alle loro attività allo stremo e Pompa non può che essere d'accordo. Anzi, il ristoratore ora impegnato nella collaborazione con una società londinese rincara la dose.

«La città è morta già da tempo», osserva con amarezza, «è come uno stagno in cui non arriva mai un po' d'acqua nuova a rinfrescare l'ambiente». Meglio migrare, abbandonare una terra d'origine non più feconda. «Quand'ero ragazzo, negli anni Settanta, la città pulsava, la vedevi crescere, era viva», ricorda Pompa, «poi siamo arrivati alla decadenza totale». L'addio a Teramo per lui ha significato la fine di una storia iniziata nel 1916 dal nonno, con l'apertura delle prime cantine in città, e proseguita dal padre con "Il Centrale" e "Il Moderno", fino ad arrivare alle esperienze più recenti del "Duomo" e del "Cantinone", insegne che hanno fatto la storia della ristorazione in città. Un'eredità forse ingombrante per la quale non c'era più spazio nello "stagno" teramano. «Ho capito che se avessi aperto un altro locale, sarebbe durato poco», sottolinea il ristoratore, «passati i primi mesi in cui la novità crea movimento, avrebbe fatto una brutta fine: succede sempre così».

Sopravvivere è durissima in una «città sbagliata» in cui la crisi porta alle estreme conseguenze le fragilità di cui soffre. La politica «ci ha messo del suo», evidenzia Pompa, macchiandosi di colpe storiche come la collocazione dell'università in collina. «Posizione e struttura bellissime», precisa il ristorante, «ma il commercio non la sente, non ne beneficia come avrebbe potuto se fosse stata in centro». Le responsabilità del declino però, a detta di Pompa, sono anche degli operatori commerciali. «E' colpa nostra», chiarisce, «non siamo riusciti a rinnovarci». Il ristoratore parla in particolare del suo settore. «C'è tanta offerta e poca domanda», spiega, «ogni anno si ripropongono i soliti problemi, per il commercio e davvero triste». Solo il Natale porta una ventata di vitalità. «Poi ricomincia la depressione fino alla tarda primavera», conclude, «la città non può vivere solo quattro mesi l'anno».

Gennaro Della Monica

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