Porte chiuse per i giovani professionisti

20 Giugno 2015

Architetti, avvocati e ingegneri fanno fatica ad arrivare a fine mese: blindati gli incarichi negli enti, incerti i pagamenti

TERAMO. Non cambierebbero mestiere, ma fanno fatica a costruirsi la vita e un futuro che vada un po' più in là dell'immediato. Hanno studiato, si sono specializzati affinando le loro competenze, ma nell'impatto con la quotidianità del lavoro hanno dovuto reinventarsi per guadagnare un minimo di spazio sul mercato. I giovani professionisti teramani non fanno eccezione rispetto ai colleghi del resto d'Italia.

Tra clienti che arrivano con il contagocce, difficoltà a incassare gli onorari e spese fisse di studio e d'iscrizione ai rispettivi ordini professionali, sono costretti a fare i conti al centesimo e spesso neppure questo basta a far quadrare i conti. «Per lavorare ho dovuto aguzzare l'ingegno», racconta Federica Masci, architetto di 34 anni. La laurea e i master in urbanistica, pianificazione territoriale e progettazione dei parchi non le hanno garantito l'accesso agli incarichi gestiti dagli enti pubblici. «Ho inviato curricula a tutti i Comuni, sono iscritta alle liste», spiega, «ma il sistema delle rotazioni non funziona affatto». Federica lo descrive come «un cane che si morde la coda»: i bandi pubblici richiedono e premiano l'esperienza maturata nel settore ma ignorano del tutto i giovani che si affacciano alla professione. «Se non ho mai l'opportunità di lavorare per un ente», domanda l'architetto, «come faccio ad ottenere i requisiti specifici che mi consentirebbero di avere un incarico?». Nei casi migliori si compete con grandi studi professionali anche di fuori regione «e allora diventa una specie di farsa». Federica, perfezionando ulteriormente la sua formazione, ha sondato nuovi territori professionali. «Mi occupo di tutela dell'ambiente, efficienza energetica, illuminotecnica e domotica», osserva, «così riesco a tirare a fine mese».

Il peso degli oneri previdenziali e assicurativi, però, rende ancora più scarni i margini di guadagno. L'incidenza elevata di queste voci di spesa è una costante che accomuna il vissuto di giovani professionisti anche in altri settori. «I costi vanno da seimila euro l'anno in su», evidenzia Ilaria De Sanctis, avvocato di 35 anni, «tra iscrizione alla cassa forense, assicurazione obbligatoria, bollette e affitto dello studio». Le uscite sono fisse ma gli introiti oscillano sempre verso il basso. «Il lavoro non manca», sintetizza la giovane professionista, «ma il difficile è ricavarne un minimo di compenso». Anche per chi pratica l'attività forense da tempi relativamente brevi le vie di accesso a banche, assicurazioni ed enti che garantiscono introiti "sicuri" sono di fatto precluse. «Qualche opportunità la offrono», fa notare Mariella Di Nisio, 34 anni, avvocato, «ma le graduatorie restano lettera morta e alla fine chiamano sempre gli stessi». Gli incarichi professionali più appetibili sono appannaggio di professionisti affermati e così i giovani avvocati sono costretti a tenersi a galla nel mare tempestoso del mercato privato. «Dalle difese d'ufficio spesso non si ricava nulla», rivela Ilaria De Sanctis, «perché il cliente non si rintraccia più e per recuperare qualcosa bisogna attivare una procedura complessa e dispensiosa per cui alla fine non vale la pena». Non c'è da stare molto più tranquilli con il cosiddetto "gratuito patrocinio", in cui l'assistenza legale è pagata dallo Stato. «Il tariffario è ridotto di un terzo», tiene a precisare l'avvocato, «e la liquidazione della fattura arriva anche dopo un anno dalla fine del processo».

Le difficoltà della professione sono anche lo specchio di un disagio sociale diffuso. «Il ricorso alla difesa d'ufficio è in aumento perché sono sempre di più gli utenti che non si possono permettere un legale di fiducia», chiarisce Mariella Di Nisio, «spesso assistiamo dipendenti di aziende che nel frattempo falliscono o entrano in concordato preventivo e così i tempi si allungano per tutti».

I giovani professionisti non si sentono tutelati dalle norme in un contesto professionale sempre più affollato e asfittico. «Le difficoltà a relazionarsi sia con i privati che con la pubblica amministrazione sono enormi», afferma Andrea Di Mattia, 32 anni, ingegnere civile e architetto pianificatore, «i miei primi anni di attività sono stati duri, ora va un po' meglio ma alla fine, tolte le spese, guadagno meno di un impiegato». Alla mole di lavoro non corrisponde un riscontro economico adeguato. «Non c'è equilibrio tra l'impegno e il corrispettivo», sottolinea Andrea, «il tecnico resta una figura marginale, è sempre quello che può aspettare a prendere i soldi». Il territorio non offre vere opportunità, manca un effettivo affiancamento tra professionisti affermati e giovani nella gestione di incarichi pubblici, ma la categoria deve anche fare autocritica. «Continuano a prevalere le logiche individualistiche», conclude Andrea, «ognuno cura il proprio orticello a discapito degli altri, non siamo capaci di lottare insieme e di fare rete per dare forza alle nostre ragioni».

Gennaro Della Monica

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