Prezzi in salita anche dopo la quarantena

Rincari negli alimentari e nei servizi intorno al 20%. L’associazione “Robin Hood”: «Così i consumi non ripartono»
TERAMO. All’inizio furono gli alimentari, poi seguì tutto il resto. Così fra qualche anno si descriverà uno degli effetti perversi dell’emergenza coronavirus.
Se uno studio di Unioncamere sull’indice dei prezzi nei mesi del lockdown certifica aumenti nei generi alimentari soprattutto di frutta e verdura (dal 17,4% delle mele al 29,7% dei kiwi), di farina e riso, solo per citare alcuni articoli, alla fine del lockdown gli aumenti hanno interessato i servizi.
Due le valutazioni, contrapposte, dei meccanismi su cui ruota, in provincia, questo fenomeno. Dalla parte dei consumatori Pasquale Di Ferdinando, presidente dell’associazione “Robin Hood”, mentre il punto di vista delle aziende è spiegato da Giammarco Giovannelli, presidente provinciale di Confcommercio e Federalberghi.
I CONSUMATORI. «In provincia ci sono aumenti a macchia di leopardo», esordisce Di Ferdinando, «a volte le attività che più hanno lavorato ai fini della sicurezza non aumentano perchè sanno che la ripresa va aiutata: bisogna incentivare i consumi e il ritorno alle abitudini . Il rischio è che a tutto questo si contrapponga un aumento dei prezzi che non favorisce il ritorno alla normalità. Molte le attività che hanno scelto di non fare aumenti, per fidelizzare i propri clienti e conquistarne dei nuovi. Ma notiamo che in altri casi non si è fatto questo ragionamento. Gli aumenti più marcati, già durante il lockdown, ci sono stati nel comparto alimentare, nonostante i prezzi all'ingrosso non siano aumentati. Abbiamo assistito a un aumento del 20-25% in media. Per alcuni prodotti si è arrivati al 50%». E dopo il lockdown è toccato ai servizi. «Sempre con le eccezioni, i parrucchieri hanno aumentato i prezzi in media del 20-25%: hanno giustificato la necessità di mantenere livelli di igiene e sicurezza, riversando i costi subiti sul consumatore. Nel turismo assistiamo ad aumenti del costo degli ombrelloni o in alternativa dei servizi collegati, ad esempio nei bar degli stabilimenti. Incremento dei prezzi che non c’è stato nelle aree interne, che quest’anno saranno riscoperte, in quanto ritenute più sicure, per il distanziamento sociale: le imprese qui sono consapevoli che si gioca per loro una partita importante». Di Ferdinando osserva che stime di diverse organizzazioni ritengono che tutto ciò comporto esborsi di 5-600 euro annui per famiglia. «Ma la crisi non è solo delle imprese commerciali, è anche dei consumatori. Il lavoro non è mancato solo a commercianti e artigiani», conclude.
LE IMPRESE. «Sugli aumenti noi facciamo al buon senso operatori ma non dimentichiamoci che loro devono riaprire un'azienda con previsioni di -70% nel fatturato per un’utenza molto ridotta e costi fissi da sostenere», sottolinea Giovannelli, «il rispetto delle norme e e dei dispositivi anti-Covid significa aggiungere costi ai ai quattro mesi di attività azzerata e al calo degli affari. Dobbiamo capire che il rispetto dei nuovi protocolli significa sostenere prezzi non indifferenti». Giovannelli fa degli esempi: un albergo di 70-80 camere sfiora i 10mila euro di spese in più per dispositivi e protocolli anti-Covid, un parrucchiere intorno ai duemila euro. «Il buon senso ci vuole da tutte e due le parti. Basti pensare», fa notare, «che uno schermo di plexiglass costa dai 200 ai 350 euro. Sanificare tutti ombrelloni e lettini della spiaggia ogni giorno costa tantissimo. Bisogna rendersi conto che è avvenuto un crollo del mercato e considerare il coraggio che hanno avuto tutti gli imprenditori a riaprire. Noi potevamo scegliere di non aprire, ma abbiamo avuto senso del dovere. Senza di noi paesi sarebbero aree fantasma».
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