Processo ex Tercas, nuove testimonianze

In aula un imprenditore che ha investito 960mila euro: «Non sapevo si trattasse di azioni»
TERAMO. Il filo conduttore è sempre lo stesso: «Non sapevo di acquistare delle azioni». Anche ieri lo hanno ripetuto i clienti davanti al giudice Flavio Conciatori nel corso del processo per la presunta truffa con le azioni ex Tercas che vede 28 imputati. Per tutti l’accusa è quella di truffa in concorso: all'ex direttore generale Antonio Di Matteo, a diversi dirigenti, direttori di filiali e molti semplici impiegati la Procura (pm Enrica Medori) contesta di aver venduto delle azioni facendole passare invece per cosiddetti «pronto contro termine». I fatti contestati risalgono al 2011, prima del commissariamento della banca avvenuta nel 2012. Nel corso del processo di ieri sono stati ascoltati un medico che ha raccontato di essere stato contattato all’epoca dalla banca per far un investimento sulla somma di 300mila euro che aveva. «Ero cliente da trent’anni e mi fidavo», ha raccontato l’uomo, «quei soldi io e mia moglie li avevamo messi da parte per gli studi di mia figlia. Il direttore della filiale in cui avevo il conto mi disse che era un investimento sicuro e che la banca dopo un anno avrebbe ricomprato tutto. Mi disse che era un’operazione già fatta qualche anno prima e che non c’erano rischi. Sul contratto non c’era il termine del riacquisto, fu un accordo sulla parola. Mi promisero che entro un anno mi avrebbero ridato i soldi anche perchè io e mia moglie avevamo accantonato quella somma per gli studi di nostra figlia». Tra i testi anche un imprenditore che ha raccontato di aver investito, tramite due diversi investimenti di altrettante società, una somma complessiva di 960mila euro. L’uomo ha raccontato che con una delle due società era stata effettuata un’analoga operazione andata a buon fine l’anno precedente, e che quella del 2011 di fatto non era che una riproposizione della medesima operazione. «Nel 2010 c’era stato proposto l’investimento di una quota che ci sarebbe stata restituita dopo sei mesi con un tasso di interesse prestabilito», ha dichiarato, «nel 2011 c’è stata proposta un’operazione simile. Per noi era semplicemente un pronto contro termine per cento. Nel contratto c’era una dicitura, ma io non avevo capito si trattasse di azioni». In aula anche la testimonianza di una donna che, in un momento di dissapori familiari, ha investito la somma di 200mila euro suoi e del figlio che in quel momento era malato. «Non volevo qui soldi andassero a mia nuora», ha detto, « quando ho fatto l’investimento in banca mi hanno detto che era un prodotto sicuro e che dopo un anno avrei riavuto tutto. Ma così non è stato».(d.p.)
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