«Prof prostituta»: alunna condannata

17 Ottobre 2014

Insulti su Facebook. Assolta invece la compagna di scuola del Milli che aveva definito l’insegnante “un cerbero”

TERAMO. E’ il Cerbero di dantesca memoria, quello che nelle illustrazioni di Gustave Dorè è il mostro a tre teste che controlla l’ingresso al terzo cerchio dell’Inferno, ad entrare in un processo per diffamazione: imputate due ex studentesse dell’istituto teramano Milli accusate di aver diffamato su Facebook una loro insegnante. Una, quella accusata di aver dato del cerbero alla prof ,è stata assolta (con la formula della vecchia insufficienza di prove), mentre l’altra accusata di aver definito la docente «prostituta» è stata condannata al pagamento di 600 euro di multa. Per l’insegnante, che si è costituita parte civile, il giudice ha rinviato alla sede civile la quantificazione del danno.

E’ una sentenza che trae linfa dai recenti pronunciamenti della Cassazione in tema di diffamazione sui social network quella emessa dal got Massimo Biscardi al termine del processo nato dopo la denuncia per diffamazione presentata nel 2009 da una insegnante teramana. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia postale la vicenda sarebbe iniziata con la nascita di due gruppi su Facebook intitolati alla docente. Gruppi “chiusi”, cioè non accessibili a tutti, ma ai quali si poteva accedere solo con una richiesta di iscrizione.

Per svariati mesi su quei profili sarebbero apparsi commenti e frasi sull’insegnante. Fino a quando la prof, venuta a conoscenza dell’esistenza di questi gruppi, si è presentata alla polizia per denunciare. Così sono scattate le indagini per risalire agli autori di quelle frasi: impresa non certo facile perchè solitamente è necessario ricorrere ad una rogatoria internazionale per accedere alle informazioni custodite nella sede americana di Facebook. Ma si tratta di procedure complesse e, soprattutto molto onerose, che proprio per questo vengono fatte solo in poche occasioni. In questo caso gli investigatori sono riusciti, attraverso i provider, a risalire agli accessi: ricerca che in un caso ha prodotto effetti positivi, nel senso che gli investigatori sono riusciti ad avere la certezza dell’intestazione, mentre in un altro non ha dato questa c ertezze. Ed è forse questo il motivo che ha portato il giudice ad assolvere F.C., la ragazza che aveva dato del Cerbero alla prof (assistita dall’avvocato Francesco Mariano): in questo caso, infatti, le indagini non sono riusciti ad accertare che quel profilo Facebook fosse riconducibile proprio a lei. Cosa che invece è stato accertato per M.D., l’altra ragazza (assistita dall’avvocato Tiziano Rossoli). Ma per conoscere le motivazioni bisognerà aspettare sessanta giorni. La giurisprudenza, recentemente, ha fatto chiarezza sul reato di diffamazione «a mezzo Facebook», equiparandola alla legislazione relativa alla diffamazione a mezzo stampa. La Cassazione ha in sostanza ricondotto le ipotesi di diffamazione a «mezzo social network» entro i confini della fattispecie generale della diffamazione aggravata.

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