Pronto soccorso, in un anno 38 violenze

22 Febbraio 2018

Quasi tutte (37) sono donne e la maggioranza è italiana. Arrivano con contusioni ed ematomi e a malmenarle è il partner

TERAMO. Sono 38 le vittime di violenza arrivate nel 2017 nei quattro pronto soccorso della Asl di Teramo. Sono quasi tutte donne (37), perlopiù italiane fra i 31 e i 50 anni. Arrivano al pronto soccorso soprattutto con contusioni, escoriazioni ed ematomi e con un forte stato d’ansia. A procurar loro le lesioni di solito è il marito o il compagno. E anche quando dichiarano che la violenza è stata perpetrata di un conoscente di solito vogliono tutelare – in un ultimo, irrazionale atto d’amore o di paura – il proprio partner.
«Siamo giunti al quinto anno del progetto “Codice rosa” al pronto soccorso di Teramo», esordisce il primario, Rita Rossi, «tanta strada è stata fatta dal giugno 2013, quando fu avviato. Ora innanzitutto è stato esteso ai quattro ospedali: parte del personale è stato infatti formato e aggiornato sul tema della violenza e sul protocollo in vigore nella nostra Asl. E poi la nostra Asl è stata coinvolta nel progetto nazionale “Revamp” avviato dall’Istituto superiore di sanità e dal ministero con l’obiettivo di creare una rete in Italia». Per ora sono 21 i pronto soccorso collegati da Torino, a Roma a Palermo, e fra questi anche i teramani. Un’attività che viene descritta in un libro, "Riconoscere, accogliere e accompagnare le persone vittime di violenza".
Scendendo nel dettaglio del rapporto, emerge che sono 26 le donne italiane che, arrivate al pronto soccorso, hanno ammesso di essere state oggetto di violenza. Spesso infatti le donne inventano le scuse più fantasiose per giustificare i traumi, in alcuni casi per paura di una ritorsione del partner violento, a volte per “proteggerlo”. In aumento il numero delle straniere, rispetto al passato, segno che probabilmente anche loro «stanno acquisendo consapevolezza e forza perlomeno per chiedere aiuto», osserva Rossi.
«Il pronto soccorso è un osservatorio privilegiato sulle violenze», spiega Carmela Di Sante, coordinatrice del Codice rosa, «e noi dobbiamo essere in grado di identificare anche quelle non dichiarate. Ci sono operatori formati, in grado di fare un esame obiettivo basandosi su indicatori fisici e psicologici, oltre che, ovviament,e tenendo conto di quello che la vittima dice. Abbiamo dal 2017 anche la possibilità di acquisire immagini, dietro consenso scritto della persona, per testimoniare il tipo di violenza». Foto che finiscono in un archivio segreto e che possono essere utili anche per eventuali indagini. Per le violenze sessuali (sono state due nel 2017) si segue il percorso ginecologico, per quelle su minori si chiede l’intervento del pediatra. Nel percorso ci può essere l’intervento degli assistenti sociali ma purtroppo i pronto soccorso ancora non dispongono di psicologi.
«Vorrei sfatare un luogo comune», osserva Di Sante, «la maggior parte delle donne oggetto di violenza non ha il classico aspetto della vittima: sono invece persone forti, che lavorano, che si fanno valere in società. Non sono fragili. I fragili paradossalmente sono i maltrattatori, che non sanno gestire la propria aggressività». Diverso, sottolinea Di Sante, il caso di anziani e bambini: «il primo non ricorda ed è difficile capire se le ulcerazioni sono da percosse. Il bambino di solito non parla. In ogni caso, sono violenze che avvengono in ambito domestico». Il medico conclude osservando che «c'è ancora tanta strada da fare» anche sulla consapevolezza degli strumenti di cui può usufruire la vittima di violenza che sceglie di denunciare: dalla tutela del posto di lavoro – ad esempio se ci si prende un periodo di malattia – alla tutela legale se ci si rivolge a un centro antiviolenza.
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