Prostituzione con i riti magici: niente tratta, assolte 3 nigeriane

Erano accusate di aver fatto arrivare delle connazionali in Italia per sfruttarle sulla Bonifica del Tronto Per i giudici della Corte d’assise il fatto non sussiste, tre giovani donne si erano costituite parti civili
TERAMO. La cronaca si riavvolge sempre in un’aula di tribunale dove le vite degli altri scorrono e le sentenze fermano il tempo. Soprattutto quando il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio s’impone con una sentenza di assoluzione che in primo grado chiude il processo nato da una maxi inchiesta sul fenomeno della tratta di essere umani sulla Bonifica del Tronto su un presunto giro di giovani nigeriane arrivate con il sogno di una vita diversa e, secondo l’accusa, costrette a prostituirsi con la minaccia di riti magici fatti nel loro Paese. Imputate tre donne nigeriane accusate di tratta, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione per cui la Procura distrettuale (in aula il pm Simonetta Ciccarelli) aveva chiesto condanne da nove a due anni. Per la Corte d’assise (presieduta dalla giudice Claudia Di Valerio, a latere Emanuele Ursini più i popolari) il fatto non sussiste con assoluzione delle imputate per tutti i capi d’accusa e motivazioni tra novanta giorni.
Per l’accusa (va detto che nell’ambito della stessa inchiesta ci sono stati condanne con abbreviati per altri imputati) tutto avveniva sulla Bonifica del Tronto, venti chilometri di strada tra il Teramano e l’Ascolano dove la prostituzione da tempo è soprattutto tratta di nigeriane, mercato illegale di vite che per volume d’affare è dietro solo al traffico di stupefacenti e d’armi. Un business ignobile quanto diffuso -perchè i clienti ci sono sempre - favorito dalla miseria, dalla fame, dalla povertà e dall’ignoranza di chi non sa neanche di essere una vittima, di chi è sicura che si può far male con i riti magici. Come una delle ragazze sentite in aula nel processo che ha raccontato di essere fuggita dalla Nigeria, passando per la Libia, con l’illusione di un lavoro in Italia. Ma si è ritrovata schiava sulla Bonifica con la paura che la magia nera potesse uccidere i familiari in patria. «Dicevano che avrebbero fatto male a mia madre, sarebbe morta», ha raccontato questa ragazza che faticosamente ha cercato riprendersi la vita dopo essere uscita dal giro, «dovevo lavorare per ripagare il debito con chi mi ha pagato il viaggio in Italia, quando sono partita dal mio Paese pensavo di lavorare come badante di una signora che non stava bene». Ma così non è stato. Perché qui lei, come molte altre sue connazionali, ha trovato quella che loro chiamano “maman”. Donne che arrivate in Italia da qualche anno, secondo l’accusa, accettano di affrancarsi dalla prostituzione e di continuare a pagare il loro debito facendo da maitresse. «Persone in condizione di soggezione e di grande vulnerabilità», ha detto il pm Ciccarelli nella sua requisitoria riferendosi alle vittime, «di cui non possiamo non farci carico». Tre ragazze si erano costituite parti civili assistite dagli avvocati Sergio Orlando, Michela Manente e Valentina Pieri. Manente e Pieri hanno dichiarato: «Una sentenza che ci auguriamo venga impugnata in appello». Le imputate erano difese dagli avvocati Riccardina Leonetti e Gabriele De Santis.
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