«Quella donna sembrava morta ma non ho smesso di provarci»

Parla il primo soccorritore della 42enne in coma, è un turista toscano ex volontario del soccorso «Un quarto d’ora di massaggio cardiaco, poi è arrivato un defibrillatore. Lei non dava segni di vita»
ALBA ADRIATICA. Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, disse un certo Brecht. Di certo non si sente un eroe Luca Mosconi, il turista toscano che sabato mattina ha tenuto in vita, prima con il massaggio cardiaco e poi con l’ausilio di un defibrillatore, la donna di 42 anni colpita da un fulmine sulla spiaggia di Alba e andata in arresto cardiocircolatorio. «Ho fatto quello che potevo, quello che sapevo fare», dice con un sorriso al giornalista del Centro che lo raggiunge al Piccolo Chalet, lo stabilimento balneare in cui trascorre le vacanze con la famiglia, per farsi raccontare quei lunghissimi, drammatici minuti.
LE CONDIZIONI
DELLE DONNE FERITE
Intanto, un doveroso aggiornamento sulle condizioni delle tre donne ferite dal fulmine. La più grave, una 42enne barista residente ad Alba, resta ricoverata in Rianimazione a Teramo. È stabile, viene tenuta in coma farmacologico, non è in pericolo di vita anche se l’anossia cerebrale subita prima che il suo cuore ripartisse potrebbe averle causato danni permanenti: tutti sperano di no, lo si capirà solo più avanti. La turista francese di 65 anni che dopo essere stata soccorsa ha avuto un infarto è pure al Mazzini, nell’Unità di terapia intensiva coronarica: non è in prognosi riservata, migliora e dopo alcuni esami di controllo verrà dimessa. L’amica 44enne della 42enne, che le era accanto quando è caduto il fulmine, non ha riportato lesioni rilevanti.
L’INTERVENTO DELL’EX
AUTISTA SOCCORRITORE
Le cronache di sabato hanno parlato dell’intervento immediato e determinante di un operatore sanitario che si trovava sul posto. Ma non è proprio così. «Io sono un impiegato», dice Luca Mosconi, «non lavoro nella sanità. Ho fatto però volontariato nella pubblica assistenza di Torrita di Siena, il mio paese, fino a dieci anni fa. Ero un autista soccorritore, ho seguito il corso per usare il Dae (defibrillatore automatico esterno, ndr) e questo corso l’ho rinnovato ogni due anni». Ecco, dunque, perché il 50enne Luca – sposato, due figli, ex calciatore dilettante nel ruolo di portiere, con una seconda casa acquistata ad Alba da qualche anno – non è scappato via dopo il boato che ha sconvolto la spiaggia albense ed è stato in grado di intervenire nell’attesa che arrivassero le ambulanze.
IL RACCONTO DI QUELLA
MEZZ’ORA ETERNA
«Io, mia moglie e i bambini eravamo appena usciti dall’acqua, avevamo visto il temporale in lontananza e per questo avevamo deciso di andare via. Eravamo all’ombrellone quando è arrivato questo boato, a ciel sereno. Bambini che piangevano, gente che correva via dall’acqua e dalla spiaggia. Mi sono rivestito al volo, ero pronto ad andare via ma ho visto che in spiaggia libera c’erano tre persone a terra che non si rialzavano. La signora francese si lamentava, poi c’era questa donna immobile con la faccia nella sabbia e l’amica accanto che cercava di chiamare i soccorsi con il telefono. L’ho girata, aveva la faccia tutta rossa e il corpo era caldissimo. Ho sentito il polso, non c’era battito. Allora ho cominciato il massaggio cardiaco mentre due ragazzi correvano in direzioni opposte a cercare il defibrillatore più vicino. La donna non reagiva al massaggio, aveva gli occhi sbarrati e non dava segni di vita. Mi davo il cambio nel massaggio con un altro signore, non so chi fosse: non abbiamo mai smesso. Quando è arrivato il Dae, dopo una quindicina di minuti, ho cominciato la defibrillazione ma continuava a non esserci battito, la macchina avvisava di continuare con le scariche. Dopo qualche minuto è arrivata la prima ambulanza, a bordo c’era un infermiere che ha dato ossigeno e soluzione fisiologica e fatto una puntura di adrenalina, poi ha continuato con il Dae. È arrivata la seconda ambulanza con il medico, il polso non c’era ancora e lui ha avvisato l’elicottero in arrivo di aspettare ad atterrare, perché poteva essere inutile. Invece, proprio in quel momento, l’infermiere ha detto: c’è battito». Mosconi conclude con un auspicio: «Ci vogliono più defibrillatori, e ci vuole più gente possibile che li sappia usare».
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