«Qui c’è un futuro anche per noi»
I giovani sbarcati in Sicilia e accolti nel Teramano: «Impariamo un mestiere e la gente ci sostiene»
TERAMO. Un volto può trasformare cifre e bilanci in vita vera, l’unico antidoto all’assuefazione del quotidiano. Perchè per ricordarci quello che succede abbiamo bisogno più di facce che di numeri senza nome. E allora, nei tempi dei lutti infiniti del Mediterraneo e degli scandali di Mafia Capitale sulla pelle dei migranti, si possono raccontare le storie di chi ogni giorno insegue l’integrazione. Da una parte e dall’altra.
Come quella di Fayed Alioun, 29 anni, arrivato dal Senegal 15 anni fa. Ha fatto il manovale, il muratore, il carpentiere, ha lavorato in tante imprese edili fino a quando nel 2007 la crisi ha travolto anche la sua. «Ho ricominciato», racconta, «e oggi faccio il mediatore culturale. Aiuto gli altri». Gli altri sono i tanti che si raccontano nel convegno della Caritas voluto proprio con l’intento di far conoscere, ad un anno dall’avvio del progetto di prima accoglienza, come si possono superare la diffidenza e la paura del diverso. Lo racconta così il sindaco di Torricella Daniele Palumbi sul cui territorio ormai da mesi cinque immigrati ospitati nei centri di prima accoglienza affiancano gli operai del Comune nella pulizia delle strade e nella cura del verde. «Non lo nascondo, inizialmente ero preoccupato per la reazione dei cittadini perchè magari qualcuno poteva dirmi ma non abbiamo lavoro per noi e facciamo venire gli altri? Invece mi hanno ringraziato perchè ora tutte le strade sono pulite, le aree verdi in ordine anche nella frazione più lontana. Nei tempi di crisi per gli enti locali è un progetto che funziona e che può diventare una risorsa». E un futuro da inseguire. Come quello che cerca Abdulla Berte, 23 anni, nato in Costa d’Avorio, sbarcato un anno fa in Sicilia su uno dei tanti barconi. «Sono stato fortunato», racconta, «sono arrivato vivo». Da un anno è in una struttura di prima accoglienza del Teramano. E’ uno dei ragazzi impegnato nei servizi di Torricella. «Voglio restare in Italia», dice in francese, «mi trovo bene. Se avessi avuto delle possibilità sarei rimasto nel mio Paese, ma così non è stato. Mi sento integrato? Sì. Lo so che intorno agli immigrati c’è diffidenza, ma si può superare insieme. Io voglio costruirmi un futuro». Un futuro da conquistare e mantenere. Come quello di Juliet Omolara Awodeinde, 47 anni, dal 1988 in Italia dopo essere arrivata dal Benin, madre di due figli di cui uno studente della facoltà di medicina a Chieti. Ha rispetto e forza Juliet: rispetto degli altri e forza per tenersi stretta il suo presente. «Io non cambierei Teramo con nessun’altra città al mondo», racconta con lo sguardo coraggioso e fiero di chi non si è mai arresa, «qui ho lavorato e mi sono integrata. Ho una casa, i miei figli vanno a scuola. Ma oggi vedo molti miei connazionali con figli nati in Italia e quindi cittadini italiani che pensano di lasciare questo Paese perchè attraversano un momento di crisi. Si può chiedere aiuto, ma non si deve abbandonare quello che si è riusciti ad ottenere con tanto sacrificio. Bisogna fare in modo che non vadano via perchè sono una ricchezza per tutti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

