Raggiunge la pensione e muore poco prima di tornare in patria

L’operaio edile senegalese conosciuto da tutti come Alex aveva 70 anni e stava per riabbracciare moglie e figli dopo decenni di lavoro a Teramo. Gli amici e colleghi: «Era una persona eccezionale»
TERAMO. Il ritorno nella propria terra e nella propria casa lo aveva immaginato e sognato tante volte e gli aveva dato la forza di andare avanti nei momenti più difficili. L’odissea della sua vita da migrante stava per concludersi, con sua grande gioia. La pensione, finalmente, era arrivata a novembre anche se la partenza per il Senegal era stata ritardata, a causa di una formalità burocratica, a metà gennaio. Ma nell’appuntamento più importante con il destino si è presentato il Covid 19 che lo ha strappato ai suoi 70 anni di vita pochi giorni prima di tornare dalla sua famiglia. Se n’è andato via così Alex. Con le sue valigie, le stesse di sempre, consumate e piene di ricordi, che gli hanno fatto compagnia anche nel suo ultimo viaggio. Ora riposa vicino alla moglie e al figlio grazie alla solidarietà dei suoi connazionali, che con una colletta hanno raccolto i soldi per il rimpatrio.
Alex, che nella vita ha superato tante insidie, non è riuscito a vincere quella più spietata, il coronavirus, che si è accanito sul suo corpo stanco da anni di duro lavoro, sacrifici e privazioni. Era felice, Alex, prima di essere ricoverato nell’ospedale di Giulianova dove è morto il 9 gennaio. La sua Africa di colori, suoni, sapori, ma soprattutto di affetti, lo stava aspettando. Stavolta sarebbe stato per sempre. Senza più lacrime quando doveva ripartire e senza più lettere che celavano, nelle parole piene di affetto, la solitudine. Dopo oltre trent’anni come muratore in Italia, ventotto dei quali trascorsi a Teramo, voleva godersi la vecchiaia con i suoi quattro figli che non aveva visto crescere, ma ai quali aveva dato la possibilità di studiare e un futuro.
Mamadou Ndiaye, conosciuto come Alex, era stato uno dei primi senegalesi ad arrivare negli anni ‘90 a Teramo dopo aver girovagato per altre regioni e affrontato disagi e discriminazioni. In città si era ben integrato ed era apprezzato per la sua simpatia e la sua bontà. Il suo volto era stato testimonial nei primi anni Duemila della campagna di prevenzione dell'Ance sulla sicurezza sul lavoro “Cantieri sicuri” ed era apparso anche sulla copertina della rivista “Mondo Edile”. Alex già un anno e mezzo fa era rientrato a Touba, la sua città natale, credendo di aver maturato la pensione, ma era dovuto tornare per completare il suo ultimo anno di lavoro. Quando l’aveva ottenuta ne era stato felicissimo tanto da festeggiarla offrendo una pizza ai suoi colleghi dell’impresa “Nicoledil” dove aveva sempre lavorato. «Era al settimo cielo per la pensione perché gli dava sicurezza per la vecchiaia, ma ancor di più perché avrebbe rivisto la famiglia», ricorda Enrico Nicolini, il datore di lavoro, «faceva tanti sacrifici e rinunce, lavorando instancabilmente, per migliorare la condizione dei figli rispetto alla sua. Ad assumerlo nel 1992 noncurante dei pregiudizi fu mio padre Dino e per lui è stato come un figlio. Stavano sempre insieme, si adoravano ed era entrato nel cuore di tutti. Era una persona onesta, seria e di una simpatia unica. Non riesco ad accettare che non c’è più e mi piace ricordarlo nei suoi momenti di allegria. Lo ringrazio perché averlo a fianco è stata una delle esperienze più autentiche della mia vita: mi ha insegnato che si può essere felici con poco». Enrico e i suoi dipendenti, per dargli l’ultimo saluto, gli hanno dedicato uno speciale manifesto con delle fotografie e su scritto “L’onestà il suo ideale, il lavoro la sua vita. Ciao Alex”.
«Era sempre allegro, ma spesso i suoi sorrisi nascondevano la malinconia», dice Leonardo Persia, amico di Alex e mediatore culturale, e continua: «Era gentile, ospitale, generoso. Impossibile non volergli bene». C’è un grande vuoto anche nella comunità senegalese che frequentava regolarmente. «Mamadou era come uno zio», confida Saliu Ndiaye, «facevamo lunghe chiacchierate e mi dava consigli saggi. Su di lui ci si poteva contare sempre». I suoi amici, da ogni parte del mondo, suo fratello e il console onorario del Senegal Tullio Galluzzi gli hanno dato l’addio fuori dall’obitorio secondo la tradizione senegalese. «Ora i figli hanno una tomba dove poter pregare per lui e piangere», conclude Mbissane Cisse, presidente dell’Aisam, associazione immigrati residenti Abruzzo Marche, «Mamadou è l’esempio della dignità di un uomo, di un padre e di un migrante che con coraggio ha costruito la sua vita lontano da casa sul lavoro e sull'amore dialogando sempre nella lingua della fratellanza. Un simbolo di speranza per un mondo di pace dove tutti gli uomini siano protetti dallo stesso abbraccio di umanità e solidarietà».
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