Rapina alle Poste, il tribunale: «Il dipendente non ha colpe»

La società gli aveva chiesto un risarcimento di 109mila euro accusandolo di non aver chiuso la cassaforte Il giudice: «L’apertura giustificata dallo svolgimento delle operazioni di contabilizzazione del denaro»
TERAMO. Le sentenze servono a definire confini invalicabili. Sempre e comunque. E anche se con i mutamenti sociali tutto diventa più difficile e l’intero diritto del lavoro sembra dissolversi nella quotidianità, ci sono sentenze che fanno da spartiacque. Come quella emessa dal giudice del lavoro Daniela Matalucci (sentenza passata in giudicato) che ha respinto il ricorso con cui Poste Italiane ha citato un suo dipendente chiedendogli di risarcire la somma di 109mila euro rapinata da alcuni malviventi entrati in azione con asce e coltelli perché – secondo l’accusa – non avrebbe provveduto a chiudere la cassaforte dell’ufficio. Quindi, sempre secondo l’accusa delle Poste, avrebbe avuto un comportamento negligente.
Il giudice ha respinto in toto il ricorso contro il dipendente sottolineando in più passaggi della sentenza il comportamento corretto dell’uomo e stabilendo che, si legge nella sentenza: «al momento dell’irruzione dei malviventi il dipendente era in procinto di svolgere le opere di contabilizzazione e il conseguente posizionamento del denaro in cassaforte, sicché l’apertura della medesima, quantomeno in tale fase temporale, era del tutto legittimata e necessaria per l’esplicazione dell’attività lavorativa e come tale rientrante pienamente nelle disposizioni contenute nel manuale di sicurezza».
Il caso è quello che riguarda I.B., 44ennne, all’epoca dei fatti (dicembre 2016) in servizio come vice direttore all’ufficio postale di Pineto. «Secondo la società», così scrive il giudice, «nel momento in cui il medesimo subentrava quale reggente dell’ufficio non aveva provveduto a chiudere regolarmente la cassaforte, così come risultava dai documenti contabili tra cui il documento cosiddetto scarico eventi (dal quale risulta che la cassaforte è rimasta aperta dalle 9,10 fino alle 19,08) e da tale inadempimento si era generato un maggior danno per le Poste italiane nella verosimile prospettiva, fino a prova contraria, che i rapinatori non avrebbero atteso il tempo di sblocco della stessa».
Ma per il giudice questa circostanza non può essere imputabile al dipendente finito sotto accusa perchè, scrive nella sentenza, «il medesimo ha acquisito la reggenza dell’ufficio solo alle 18, senza ricevere alcuna informazione o istruzione dal direttore circa la gestione e lo stato della cassaforte». E specifica (pagina 6 della sentenza): «Alla luce delle dichiarazioni testimoniali appare, allora, evidente che, a prescindere dalla correttezza o meno dell’apertura della cassaforte per l’intero arco della giornata (inadempienza, peraltro, non imputabile al resistente, quantomeno fino alle ore 18) è emerso in maniera univoca che al momento della rapina l’apertura della cassaforte era giustificata e necessitava dello svolgimento delle operazioni di contabilizzazione e posizionamento del denaro che proprio in quel momento il vice direttore stava svolgendo, sicché alcuna negligenza o inadempienza colpevole può essere imputata al resistente. A tale quadro istruttorio deve essere aggiunto che la facilità con la quale i malviventi sono entrati nell’ufficio è dipesa, in gran parte, dalla inadeguatezza delle misure di prevenzione e di sicurezza, tanto è vero che la stessa società ricorrente, nel proprio fraud management report susseguente alla rapina, ha dovuto constatare e riconoscere tale circostanza». L’uomo è astato assistito dagli avvocati Antonino Orsatti e Gianluca Sabatini.
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