«Renata è morta per rivedere il figlio»

22 Febbraio 2019

Il racconto di chi ne denunciò per primo la scomparsa: era tornata a Giulianova perché preoccupata per la salute di Simone

TERAMO. Testimoni e circostanze a fissare in un’aula di tribunale le dinamiche di un delitto. Dai tabulati telefonici alle immagini di una telecamera, dai timori confidati ai conoscenti nell’andare a trovare quel figlio creduto malato alle parole che Renata Rapposelli scrive all’amico che per primo ne denuncerà la scomparsa: «Con mio marito non si mai dove sta la verità. A volte usa sistemi strani per indurmi a tornare con lui. Quella è una croce che mi porterà dritta al cimitero». E comincia da qui, dal racconto in aula di Tonino Beccaceci, che la pittrice l’aveva conosciuta solo telefonicamente su un gruppo di preghiera WhatsApp, la seconda udienza del processo a Giuseppe e Simone Santoleri, padre e figlio di Giulianova, accusati di aver ucciso l’ex moglie e madre, la 64enne pittrice originaria di Chieti. Anche questa volta davanti alla corte d’assise presieduta da Flavio Conciatori (a latere Lorenzo Prudenzano con i giudici popolari) solo Giuseppe detenuto nel carcere di Castrogno. Simone, recluso a Lanciano, anche ieri ha scelto di non esserci.
Sfilano in aula (come testi citati dal pm Enrica Medori) gli amici del gruppo di preghiera frequentato dalla pittrice che, dopo la separazione dal marito, si era trasferita ad Ancona. Il primo è Tonino Beccaceci, quello a cui alle 14.32 del 9 ottobre del 2017 (per la Procura il giorno dell’omicidio) la donna scrive di stare andando a Giulianova per visitare il figlio. «Un figlio», racconta l’uomo, «che lei pensava non stesse bene di salute perchè le avevano detto che aveva un tumore». Nelle sue parole l’immagine di una donna «che viveva con grande dignità». «Sapevo che tirava avanti con 200 euro al mese che erano quelle del mantenimento dopo la separazione», racconta, «ma negli ultimi tempi era contenta perchè aveva saputo che le sarebbe toccata una pensione». Ed è questo l’elemento che prevale quando l’uomo, dopo aver condiviso con gli altri del gruppo di preghiera i timori per non averla sentito da qualche giorno, si presenta ai carabinieri per denunciarne la scomparsa: «Un atto necessario per interrompere i termini di scadenza del ricorso per poter ottenere la pensione». E poi ci sono le parole di Donatella Giambartolomei, negoziante marchigiana che conosceva Renata da più di vent’anni e che racconta con le lacrime, prima ancora con le parole, l’affetto che le legava. Soprattutto quando dice:« Mi aveva detto che aveva saputo che il figlio stava male e che quindi avrebbe voluto rivederlo. Mi aveva chiesto un consiglio su questo e io le avevo risposto che da mamma non mi sarei mai perdonato il fatto di non aver rivisto un figlio malato. Ma ora mi sento in colpa per questo». E aggiunge di non aver mai creduto alla versione data da padre e figlio sul fatto di aver riaccompagnato, quello stesso 9 ottobre, la pittrice a Loreto. «Se Renata fosse venuta mi avrebbe sicuramente cercata », dice, «non ho mai creduto a questa cosa».
A circoscrivere spostamenti e soprattutto il trasporto del cadavere verso le Marche, dove poi venne ritrovato in una scarpata sulle rive del fiume Chienti a Tolentino, le testimonianze dei carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Ancona, chiamati a verificare tabulati e telecamere lungo il percorso che l'ex marito Giuseppe (l’uomo che a novembre ha detto al pm che ad uccidere è stato solo il figlio) diceva di aver effettuato con la vecchia 500 per riaccompagnare la donna al santuario di Loreto. Fino all’ immagine di quella vettura che tre giorni dopo quel 9 ottobre viene ripresa da alcune telecamere a Sant’Elpidio con la difesa decisa a contestarla (in questo caso gli avvocati Gianluca Carradori e Gianluca Reitano legali di Simone, mentre Giuseppe è assistito dall’avvocato Alessandro Angelozzi). Si torna in aula il 25 marzo con altri testi della Pubblica accusa.
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