Reparti e servizi senza autorizzazione

10 Febbraio 2016

Cinque strutture risultano dal 2014 senza il nulla osta del Comune sulla sicurezza. La Asl rassicura: «Non chiuderanno»

TERAMO. Cinque strutture sanitarie della Asl di Teramo, tutte attive nel capoluogo, sono prive delle autorizzazioni definitive che ne attestino la sicurezza strutturale, delle strumentazioni utilizzate e dal punto di vista organizzativo. Il problema riguarda il reparto di cardiochirurgia, il distretto sanitario di base, un ambulatorio di dermatologia, il day hospital oncologico e l’anatomia patologica: reparti e servizi privi, dal 2014, delle necessarie autorizzazioni da parte del Comune di Teramo.

Ma indiscrezioni parlano anche un rapporto dei Nas sulle cucine del Mazzini dal quale emergerebbero irregolarità sotto il profilo igienico, per via della presenza di calcinacci, ruggine e arredi non conformi alle normative.

Ad essere preoccupati da questa situazione sono in primis gli operatori sanitari visto che a fine dicembre il personale di uno di questi reparti ha presentato un esposto al sindaco Maurizio Brucchi, in qualità di massima autorità sanitaria locale, per chiedere la messa a norma di quei locali che secondo i firmatari dell’esposto non sono in regola con la legge regionale 32 del 2007 che regola la materia di autorizzazione, accreditamento e accordi contrattuali delle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private. Una preoccupazione fondata, visto che in base alla stessa legge finirono a processo in cinque per il centro di fecondazione assistita aperto al Mazzini senza le necessarie autorizzazioni, ovvero l'ex direttore generale della Asl Giustino Varrassi, l’ex direttore sanitario Camillo Antelli, il direttore medico del presidio ospedaliero Gabriella Palmeri, l’ex direttore del dipartimento materno infantile Goffredo Magnanimi e l’ex responsabile dell'unità operativa semplice dipartimentale di fisiopatologia della riproduzione Francesco Ciarrocchi.

Nell’esposto emerge chiaramente la preoccupazione per le carenze strutturali del reparto e per la sicurezza degli operatori visto anche l’utilizzo di sostanze classificate come cancerogene. Problematiche dunque che se accertate, espongono primari e responsabili delle strutture a provvedimenti di interdizione dall’attività di cinque anni ma anche a sanzioni di natura amministrativa.

Ad ammettere che non ci siano autorizzazioni formali è lo stesso direttore generale della Asl Roberto Fagnano, il quale tuttavia precisa anche che le procedure per richiederle sono in corso, e poiché le domande sono state inoltrate si ritiene che l’esercizio dell’attività, in presenza dell’avvio dell’iter, non sia esposto a battute d’arresto. Fagnano lascia intendere che questo problema è in qualche modo scontato per una struttura come l’ospedale di Teramo, risalente agli anni Sessanta e dunque soggetto a continui lavori e adeguamento alle nuove normative che via via sopravvengono. «E’ noto che non sia una struttura antisismica ad esempio» dice Fagnano, «così come stiamo procedendo di volta in volta a effettuare lavori di adeguamento. Anche per questo sono il più accanito sostenitore di un nuovo ospedale unico, per tagliare alla radice questi problemi».

Sui timori ha preso posizione anche Valerio Profeta in qualità di presidente della commissione per l'istruttoria delle politiche autorizzative della Asl, secondo il quale non si prefigura il rischio di una sospensione dell'attività clinica, come invece alcuni paventano.

«Anche perché non possiamo interrompere un pubblico servizio», spiega Profeta, e aggiunge: «Queste strutture erano già autorizzate nel 2009, dunque c'è un accreditamento provvisorio. I lavori in alcuni reparti sono partiti, in altri siamo in fase di gara e abbiamo inoltrato le domande al Comune per le autorizzazioni definitive. L'efficienza delle strutture non è a rischio. Il problema certamente si pone per strutture ex novo, come è avvenuto per il centro di procreazione assistita che non aveva autorizzazioni in origine. Quanto alle cucine, sono disciplinate da un'altra legge sulla distribuzione degli alimenti e queste norme non sono riconducibili a quella sull'accreditamento delle strutture sanitarie».

Marianna De Troia

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