Rilanciata la coltivazione di un mais antico e raro

22 Novembre 2021

Grazie a 15 semi ritrovati in un cassetto l’intera comunità si è messa all’opera Ne sono nati un marchio d’area e la degustazione della “polenta del brigante”

CORTINO. Quindici semi ritrovati da un anziano agricoltore in un cassetto di un comò dimenticato in un fondaco e messi a disposizione della comunità: così è rinata a Pagliaroli di Cortino la coltivazione del mais otto file, “il mais del Re”, una tipologia autoctona di pannocchia a otto ranghi con i chicchi dal color arancione intenso, la più antica e rara tra le qualità di granoturco e fino a qualche anno fa in via di estinzione.
Un progetto unico nella provincia di Teramo, promosso dalla Pro loco, che mira a conservare la semenza e a incrementare ogni anno la produzione dell’oro rosso della Laga: un mais che racconta le tradizioni di un passato lontano, quando l’otto file era la coltivazione principale nella zona. Nel dopoguerra, infatti, con l’arrivo del mais americano dalla resa più remunerativa, il granoturco antico fu abbandonato, ma la lungimiranza di chi lo ha lasciato in quel cassetto, tra i ricordi e qualche ragnatela, in una sorta di testamento, ha permesso di tornare a quando la semina e la raccolta erano una festa e di coinvolgere la comunità con lo stesso spirito e la stessa passione di allora.
«La riscoperta dell’otto file è avvenuta per pura casualità nel 2012», racconta Mauro Di Matteo, agronomo e referente tecnico del progetto, «il nostro compaesano ci ha donato la semenza, che si è conservata intatta, per non disperdere una tradizione di famiglia, ma soprattutto di tutta Pagliaroli; e così abbiamo promosso il progetto di recupero e salvaguardia delle biodiversità, della cultura contadina e del folclore con annesso recupero dei terreni incolti». La piccola comunità si è subito messa all’opera: sono stati piantati i quindici semi che hanno dato la luce alle prime piantine e queste, anno dopo anno, si sono moltiplicate fino ad arrivare alla coltivazione di più ettari. «Per salvaguardare il seme e le molteplici proprietà lo coltiviamo secondo i metodi antichi: semina e raccolta a mano, essiccazione al sole e macinazione a “pietra naturale”», prosegue Di Matteo, «abbiamo svolto un lavoro di ricerca e le memorie storiche del paese ci hanno raccontato aneddoti e storie tramandate da generazioni come le feste da ballo dopo la sgranatura, le trecce di pannocchie appese fuori dalle porte delle case come abbellimento e portafortuna e le ricette de “la pulent d’na vodd”».
Si narra che dell’otto file, che ha origini piemontesi, fosse ghiotto re Vittorio Emanuele II, tanto da essere definito “meliga del Re”. «Il nostro è un territorio di confine con le Marche, dove c’era ed è stata recuperata in alcune zone la coltivazione del granoturco antico, ed è ipotizzabile che sia stato importato dallo Stato della Chiesa», dice ancora Di Matteo, «i nostri semi si sono adattati alle alte altitudini: abbiamo sperimentato semine in pianura, la pianta fiorisce, ma non dà i frutti. Qui, per effetto della maggiore concentrazione dei raggi solari e complice la fertilità dei terreni da pascolo, assume il caratteristico colore arancione scuro che lo differisce dai mais ibridi gialli. Una minaccia, però, sono i cinghiali tanto che arriviamo, oltre all’uso delle reti elettriche, a fare turni di guardiania prima della raccolta».
Attorno al granoturco antico e ad altri prodotti tipici è nato il marchio d’area “La terra dei briganti” e da nove anni si svolge, con grande successo, e grazie all’impegno della Pro loco guidata da Enrico Di Carmine, la degustazione della “polenta del brigante”, anche nella versione originale con le spuntature di maiale. «L’otto file custodisce radici, memoria, storia e identità del nostro territorio», conclude Di Matteo, «amplieremo il progetto per la rigenerazione e il rilancio della nostra montagna».
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