Roseto, un milione conteso da 35 anni tra Comune e privati
Esproprio di Fonte dell’Olmo: l’ente è costretto a pagare, poi vince in Cassazione ma non riesce a recuperare i soldi
ROSETO. Il Comune di Roseto deve avere indietro un milione di euro da un privato, ma nonostante numerosi tentativi non ci riesce ancora. L’intricata vicenda comincia nel 1980, quando il Comune occupa dei terreni nella zona di Fonte dell’Olmo, a sud della città, per costruire l’omonimo stadio e sei campi da tennis. I proprietari delle aree fanno causa all’ente perché non ritengono corretta la procedura dell’esproprio, così da quel momento prende il via una battaglia legale che si trascina ancora oggi dopo ben 35 anni e per portare avanti la quale il Comune ha già impegnato 150mila euro di fondi pubblici. Ma il bello è che non è ancora stata messa la parola fine sul contenzioso, che rischia quindi di andare avanti per molto altro tempo con i costi che continueranno inevitabilmente a lievitare.
Nel 2006, cioè a 26 anni dai fatti e a 14 dall’inizio della causa, il tribunale di Teramo dà ragione ai privati condannando il Comune al pagamento di 627mila euro di danni, più interessi e rivalutazione monetaria, per un totale di oltre 900mila euro. Soldi tirati fuori due anni dopo, dopo aver acceso un mutuo ad hoc, e incassati dal privato. Nel frattempo, però, il Comune si rivolge alla Corte d’appello i cui giudici ribaltano la sentenza di primo grado dando ragione all’ente e intimando ai privati di dare indietro la somma. Ma questi non ci stanno e fanno partire un nuovo ricorso, questa volta in Cassazione. Passano altri due anni e, nel 2012, la suprema corte respinge il ricorso dei privati e dà ancora una volta ragione al Comune. Partita chiusa? Sembrerebbe di sì, visto che la Cassazione rappresenta l’ultimo grado di giudizio per la legge italiana, tanto che il Comune si attiva per riavere indietro i soldi anche attraverso ingiunzioni, decreti giudiziari e pignoramenti di vari immobili di proprietà degli stessi privati ricorrenti.
Ma dei soldi nemmeno l’ombra. Sì, perché in seguito la vicenda si sposta nelle aule del tribunale amministrativo, che torna a dare ragione ai proprietari delle aree oggetto del contenzioso, accogliendo la loro domanda di restituzione del terreno, dove però nel frattempo sono stati costruiti gli impianti sportivi. Una sentenza, quindi, inapplicabile. Contro la quale, però, l’amministrazione è costretta a ricorrere al Consiglio di Stato, che annulla il verdetto del Tar facendo così pendere l’ago della bilancia di nuovo dalla parte del Comune. Ma i privati non ci stanno e danno il via a un’altra controversia, che rischia di durare chissà quanti altri anni ancora, con aggravio delle già enormi spese sostenute.
Federico Centola
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