Rubò nella casa di Pedicone Va riprocessato dopo 17 anni

1 Marzo 2018

Sotto accusa un albanese oggi irreperibile che nel 2001 narcotizzò l’imprenditore di Tortoreto Condanna annullata dalla Corte d’appello perché non venne fatto di tutto per rintracciarlo

TERAMO. Rituali e paradossi della giustizia italiana. Perchè nel Paese che la Commissione europea per l’efficienza della giustizia mette tra i primi posti per il numero dei tribunali informatizzati, i processi continuano a durare tanto. Troppo. Travolgendo i diritti di vittime e imputati. Così come ogni giorno ci ricorda la Corte di giustizia europea e i tanti casi che scivolano nelle aule di tribunale come in una catena di montaggio. Come quello del 43enne albanese che dopo 17 anni dall’accusa di aver fatto una rapina (reato poi riqualificato in furto aggravato) nella villa del noto imprenditore tortoretano Giulio Pedicone dovrà nuovamente essere processato per un reato che nel frattempo si è prescritto.
Il perchè è semplice, al netto dei tecnicismi giuridici: l’uomo aveva numerosi alias, l'avevano dichiarato irreperibile, e quindi contumace, dopo averlo cercato con solo nominativo e non con tutti quelli che risultavano in capo a lui. Per questo la Corte d’appello dell’Aquila, nel 2015, ha così sentenziato, accogliendo il ricorso della difesa: «La sentenza impugnata è stata emessa sulla base di una erronea dichiarazione di irreperibilità dell’imputato e di una conseguente erronea dichiarazione di contumacia, le quali hanno comportato una palese ed evidente violazione del diritto di difesa del medesimo, sicchè deve dichiararsi la nullità della sentenza impugnata e disporsi la trasmissione degli atti al giudice di primo grado». Ieri mattina il caso è tornato al tribunale di Teramo dove si è aperto il nuovo processo con i giudici che hanno disposto il rinnovo delle relative notifiche: l’uomo oggi è irreperibile.
Il 43enne era inizialmente finito imputato con l'accusa di rapina, con i giudici che gli contestavano di essersi introdotto nell' abitazione dell’ imprenditore di Tortoreto e di avergli rubato, dopo averlo narcotizzato, le chiavi dell'auto, il cellulare e 500mila lire. Nel 2003 il tribunale di Teramo in primo grado lo aveva condannato a quattro anni ed otto mesi. Nel 2011 (con sentenza firmata dall’allora presidente della Corte d’appello dell’Aquila Giovanni Canzio, oggi primo presidente della Cassazione) la sentenza venne riformata con i giudici in appello che riqualificarono il reato da rapina a furto aggravato, concedendo le attenuanti generiche e riducendo la pena e ad un anno e sei mesi. Successivamente la stessa Corte d'appello, su istanza del legale dell'uomo, aveva rimesso nei termini il procedimento, rilevando come non vi fosse la prova del fatto che l’imputato avesse avuto effettiva conoscenza del procedimento a suo carico. Da qui la nuova impugnazione della sentenza di primo grado da parte del legale dell'imputato. Così, dopo 17 anni i fatti di quella drammatica notte di agosto torneranno nuovamente in un’aula di tribunale. «Una vicenda brutta che ricordo benissimo», dice oggi Pedicone, «ricordo che quel giorno, diversamente da quello che faccio di solito, mi sono alzato tardi e mi sentivo stordito. Mi sono accorto che mancava la macchina e dei soldi che c’erano in casa. Feci la denuncia, ma poi non ne ho saputo più nulla tanto che il dopo lo avevo rimosso anche dai ricordi».
(ha collaborato
Alex De Palo)
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