Salvatore: «Non è il nostro progetto»

La presidente della Fondazione Tercas critica sulla copertura dei resti: «Nello studio commissionato da noi non c’era»
TERAMO. «La proposta progettuale è molto diversa da nostro studio di fattibilità». Enrica Salvatore, presidente della Fondazione Tercas, non entra nel merito della soluzione tecnica prospettata dalla studio di progettazione Bellomo di Palermo per il recupero funzionale del teatro romano. «Non ne ho le competenze», premette, «e non ho ancora visto ufficialmente la documentazione». Dall’anteprima mostrata dal Centro un elemento emerge di cui la presidente è sicura. «Abbiamo ripreso il nostro studio di fattibilità», osserva, «e l’ipotesi progettuale non gli è corrispondente».
La Fondazione Tercas, che è stata tra le prime istituzioni a promuovere il recupero funzionale del teatro di epoca imperiale, già nel 2009 sottoscrisse un protocollo d’intesa con Comune, Provincia, Regione e soprintendenza abruzzese ai Beni culturali per avviare un intervento che, tramite l’abbattimento di palazzo Adamoli e casa Salvoni, riportasse alla luce e rendesse di nuovo fruibile l’antica cavea. A questo scopo l’istituzione allora guidata da Mario Nuzzo commissionò uno studio di fattibilità a Giovanni Carbonara, docente universitario e luminare di interventi di questo tipo, che propose quattro possibilità di recupero funzionale del teatro. «Il consiglio comunale ne approvò una», ricorda Salvatore, «ma nessuna prevedeva la copertura dei resti». La “gabbia” disegnata dallo studio Bellomo per proteggere i reperti dalle intemperie e dallo smog probabilmente risponde a prescrizioni dettate dalla soprintendenza, ma per la presidente della fondazione che ha già da tempo accantonato 1,5 milioni di euro per la realizzazione dell’opera quella soluzione è da rivedere. «Ci sono margini di approfondimento per valutare la proposta e modificarla», sottolinea Salvatore, «siamo pronti a collaborare con le altre istituzioni e ad avviare un dialogo anche con la città su proposte migliorative del progetto». I toni della presidente della Fondazione Tercas sono più pacati rispetto alla raffica di reazioni negative e in alcuni casi furibonde scatenata dalla prospettiva di inscatolare il teatro romano con una struttura di acciaio e vetro, nascondendolo di fatto alla vista esterna. «C’è molta attenzione da parte di tutti gli enti su questo intervento», osserva Salvatore, «ma al momento non abbiamo ancora parlato di soluzioni definitive». Sta di fatto però, che al di là delle eventuali esigenze sopravvenute di tutela dei reperti e delle modifiche necessarie per gli anni trascorsi dalla prima ipotesi progettuale messa nera su bianco, restano fermi gli obiettivi che hanno dato vita all’operazione. «L’intervento è finalizzato al recupero funzionale del teatro e alla sua valorizzazione come spazio aperto e a disposizione della città», tiene a precisare la presidente, «altrimenti non avrebbe senso». I resti, insomma, vanno protetti ma la creazione di una barriera non risponderebbe allo scopo.
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