Santoleri sepolto dopo tre mesi e mezzo

8 Ottobre 2024

Il 74enne giuliese a giugno suicida in carcere dove scontava 18 anni per l’omicidio della moglie

TERAMO. Il tempo, certi drammi, lo perdono. Potenza della cronaca. Ci sono voluti tre mesi e mezzo per seppellire Giuseppe Santoleri, 74 anni, a giugno suicida nel carcere teramano di Castrogno dove scontava una condanna definitiva a 18 anni per aver ucciso insieme al figlio Simone (condannato a 27 anni e in carcere a Frosinone) la ex moglie Renata Rapposelli, pittrice di Chieti, strangolata nella casa di Giulianova dove era tornata per una visita ai due.
Tutti i familiari hanno rinunciato a occuparsi dei funerali e superati i tempi infiniti di burocrazia e normative (le spese sono state sostenute dal Comune di Teramo vista la sua ultima residenza, ovvero il carcere teramano ) ieri mattina Santoleri è stato seppellito nel cimitero di Cartecchio. A parte gli addetti, non c’era nessuno.
Nella notte tra venerdì 14 e sabato 15 giugno Santoleri si è ucciso nella sua branda di Castrogno soffocandosi dopo aver stretto un pezzo di corda alla sponda del letto. Da qualche tempo gli erano stati diagnosticati il morbo di Parkinson, demenza senile e depressione. Il suo avvocato Federica Di Nicola (che aveva iniziato ad assisterlo dal processo d’appello) proprio sulla base delle condizioni di salute certificate da una consulenza di parte e da una relazione del carcere, aveva presentato al tribunale di sorveglianza dell’Aquila un’istanza per fargli scontare la pena in una residenza sanitaria assistita che aveva già dato la sua disponibilità.
Nell’udienza svoltasi nei primi giorni di giugno, la seconda nell’arco di qualche mese, il tribunale aquilano aveva rinviato a luglio chiedendo una nuova relazione al carcere sulle condizioni dell’uomo. Agli altri detenuti che avevano cercato di confortarlo dopo il nuovo rinvio dell’udienza al tribunale di sorveglianza aveva detto: «Così non posso più andare avanti». Dopo il suicidio così aveva dichiarato l’avvocato Di Nicola: «Mi sono battuta per Giuseppe con la piena consapevolezza del suo precario stato di salute e della gravità delle sue condizioni psicofisiche, ho vissuto con lui le evoluzioni della sua malattia e il decadimento cognitivo, ho percepito la sua angoscia, il dolore e la disperazione, che hanno reso ogni giorno di più intollerabile la detenzione carceraria. Mi aveva preannunciato che non avrebbe aspettato l’udienza del 18 luglio ma avevo cercato di confortarlo e rassicurarlo. Invano».(d.p.)
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