Scacco alla mafia nigeriana, 14 arresti

22 Luglio 2020

In cinque sono ricercati. La cellula gestiva fra Martinsicuro e Ancona sfruttamento della prostituzione, droga e altri reati

MARTINSICURO. Baschi al posto delle coppole, bastoni al posto delle pistole. Sono scattati all’alba 19 fermi (14 eseguiti) per associazione di stampo mafioso, la più grande operazione del genere in Abruzzo da anni. A conclusione di una lunga indagine, è stato infatti eseguito il decreto che dispone il fermo di 19 nigeriani affiliati a un’associazione di tipo mafioso chiamata “Supreme Eiye Confraternity (Sec)” o “Eiye”. Si tratta di un sodalizio che dalla Nigeria si è diffuso in Europa, ed anche oltre, e utilizza metodi del tutto simili a quelli delle mafie tradizionali.
IL “PESHA”. E quindi strutture piramidali: in Italia c’è un’”Aviary”, che a sua volta è divisa in diversi “Nest”. L’operazione messa a segno ieri colpisce il “Nest” – cioè nido, buona parte dei nomi della mafia nigeriana fa riferimento agli uccelli – che da Martinsicuro arriva ad Ancona e che si chiama “Pesha”. Il fermo è stato disposto dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila sotto il coordinamento del sostituto procuratore David Mancini ed eseguito dalla squadra mobile di Teramo, diretta da Roberta Cicchetti, con il personale della sezione contrasto alla criminalità organizzata, diretta da Gabriele Panaioli, in collaborazione con la squadra mobile di Ancona.
L’indagine è la costola di altre due operazioni portate a termine nel 2019: quella del luglio 2019 (“Subjection” in materia di tratta di giovani nigeriane) e di dicembre 2019 (“The travelers” in materia di riciclaggio di ingenti profitti illeciti in Nigeria). Durante le indagini di queste due operazioni sono emersi elementi sull’attività della cellula “Pesha”, che la Mobile ha approfondito.
L’ATTIVITÀ A MARTINSICURO. Il Nest è organizzato in maniera strettamente gerarchica: c’è un capo, l’”Ibaka” che nel caso del “Pesha” è di Ancona, un vice e poi c’è un comitato esecutivo composto da sette persone. Il comitato del “Nest” abruzzese-marchigiano era composto da tre dei quattro nigeriani residenti arrestati (Jesse Enugo, Solomon Omokhomoin, John Samuel e Kelvin Jegbefuma). Si tratta di organi deputati al controllo del rispetto delle regole interne, finalizzati alla commissione di un numero indeterminato di delitti: riciclaggio e illecita intermediazione finanziaria verso la Nigeria; tratta di giovani donne sessualmente sfruttate lungo la Bonifica del Tronto e sottoposte a violenze e vessazioni; spaccio di stupefacenti; reati violenti nei confronti di aderenti ad altri cult o punitivi nei confronti di altri connazionali. Il comitato aveva anche il compito di rinsaldare il vincolo associativo con l’uso della forza. E questo sia cercando nuovi adepti, anche non consenzienti, ma anche “stimolando” con la violenza quelli che, pur avendo già aderito, erano poco attivi. Un forte impulso alle indagini l’ha dato un affiliato che era soggetto a una serie di punizioni corporali perchè poco “presente” nell’attività del “Nest” e che ha fornito il proprio racconto agli inquirenti, tanto che ora è a tutti gli effetti un collaboratore di giustizia.
Il ricorso alla violenza fisica era usato anche per la risoluzione dei conflitti interni e di predominio dell’associazione, nel costringere terzi ad affiliarsi anche contro la loro volontà o per opporsi e scontrarsi con cult rivali (come quello dei “Black Axe”) per assumere e mantenere il predominio nell’ambito della vasta comunità nigeriana.
L’USO DELLA VIOLENZA. Nel corso dell’indagine sono state documentate molte riunioni dei membri dell’associazione, per stabilire le strategie del gruppo, che avvenivano prevalentemente, per ragioni di segretezza, nelle abitazioni dei capi, alcune anche a Martinsicuro. Sono state documentate aggressioni fisiche da parte dei membri dell’associazione avvenute a Martinsicuro per costringere terzi ad affiliarsi, violenti scontri avvenuti a Pesaro e ad Ancona con gli appartenenti all’opposta confraternita nigeriana dei “Black Axe”, violenze ad alcune giovani donne, costrette a prostituirsi lungo la Bonifica del Tronto, secondo lo schema del vincolo di restituzione del debito, imposto tramite rituale juju.
I FERMI. Il fermo è stato disposto in quanto per molti degli indagati era imminente la fuga, visti i contatti con connazionali in Francia, Germania, Belgio, Svezia e i progetti di espatrio condivisi, anche con loro familiari già dimoranti all’estero. Per tutti l’accusa è di associazione di stampo mafioso finalizzata a una serie di reati che vanno dal riciclaggio allo spaccio allo sfruttamento della prostituzione e altro. Si è tuttora alla ricerca di altri cinque indagati al momento irreperibili e ricercati.
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