Scampata alle 14 coltellate dell’ex: «Mi sento una sopravvissuta»

Giusy Montecchia, 39 anni, per mesi è stata ricoverata tra la vita e la morte: «Per ora non perdono» Alle donne dice: «Non si è mai sole, raccontate e denunciate prima che possa essere troppo tardi»
TERAMO. «Sono una sopravvissuta, sicuramente una donna più forte ma che oggi ha paura di tutto»: le storie di cronaca sono spazi difficili da vivere perché quello che prima era diventa altro. Nei giorni infiniti di femminicidi senza tregua, di Codici rossi e giornate contro la violenza a scandire numeri drammaticamente in salita, Giusy rende universale il linguaggio dei sentimenti.
Perché in questa Italia che non smette di contare le donne ammazzate, ci vuole sempre una faccia, una storia per capire il dopo. Quelle poche volte che la cronaca può raccontarlo.
Giusy Montecchia, 39 anni, colpita con 14 coltellate nel febbraio del 2019 sul lungomare di Tortoreto dall’uomo che non voleva lasciarla, rimasta per mesi tra la vita e la morte in una stanza del reparto di rianimazione, sa che niente sarà più come prima. Perché nessuno può stare su un’emozione di paura così a lungo, né fare i conti con l’indeterminazione della sua fine. Ma il tempo, certi drammi, lo perdono: un secondo o un’eternità, il risultato non cambia. «So che la paura non mi lascerà più», dice, «impari a viverci. Ogni cosa assume mille sfaccettature che tu cerchi di capire, mille segnali che cerchi di interpretare per riuscire ad andare avanti non riuscendo a trovare una spiegazione a quello che ti è successo». Perché non esiste mai la giusta distanza dalla paura.
E anche se il prezzo di certi ricordi è sempre troppo alto Giusy non si sottrae alla risposta: «Il momento più brutto di quel giorno? Sicuramente è stato il primo colpo, quando mi ha colpita per la prima volta. Non mi sarei mai aspettata che potesse accadermi una cosa del genere, che lui potesse fare una cosa come questa. Era una persona incapace di uccidere anche una formica. Mai lo avrei immaginato con un coltello in mano. Poi ha continuato a colpire ancora e ancora e in quel momento ho pensato di morire, ho pensato che sarei stata uccisa, che la vita mi stava sfuggendo via e io non potevo fare più niente per vivere».
E poi le voci degli altri, le sirene delle ambulanze, i mesi in un letto di rianimazione, quelli in un centro di riabilitazione, la volontà di riprendersi la vita. Perché l’esistenza vira, assume un’altra prospettiva, cambia la percezione delle cose. Con le ferite a diventare feritoie: un punto di osservazione. «Da sopravvissuta ho imparato ad osservare tutto quello che mi circonda, a percepire ogni piccola cosa», continua, «alle donne dico di non arrendersi mai e di parlare perché comunque vadano le cose non si resta mai sole. Ecco in questi anni io non mi sono mai sentita sola. Ho avuto una rete di sostegni e di aiuti rivelatisi fondamentali per tornare a sperare nel futuro».
Perché in un Paese in cui gli ex continuano ad ammazzare le donne ci sono tanti modi per far capire alle vittime che non sono sole e questo Giusy lo ha imparato sulla propria pelle. E ha imparato che rendere partecipi agli altri anche la più terribile delle esperienze può farla diventare meno orrenda, non invincibile. Ma per riprendersi la vita, quella che resta fuori dai processi e dal codice penale, c’è ancora tanto da fare. Una strada lunga da percorrere in cui per ora non c’è spazio per la parola perdono. «Non è una questione che per ora mi pongo», dice Giusy, «anche perché dopo quello che è successo non ho mai sentito nessuno dei suoi familiari».
Ma Giusy sa che oggi può riprendersi la vita con il suo sorriso e la sua forza. Quelli che, nonostante tutto, nessuno potrà mai toglierle. Nemmeno quelle 14 coltellate sferrate una mattina di febbraio del 2019 da chi diceva di amarla e di non poter vivere senza di lei.
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