Scrive 500 poesie per il figlio morto in un incidente stradale

L’ex artigiano 69enne Ermanno Capriotti: «I versi sono l’unica cosa che mi fanno andare avanti» Tredici anni fa il ragazzo venne investito da una macchina mentre era in sella allo scooter
COLONNELLA. Parlare con lui è come aprire una finestra e guardare le vite sospese di tante mamme e papà. Perché non è vero che la morte è sempre uguale: quella dei figli lascia senza fiato, non dà tregua. Dopo 13 anni il ragazzo che non c’è più è in milioni di parole, migliaia di versi, più di cinquecento poesie. «L’unico modo che ho per andare avanti» dice Ermanno Capriotti, artigiano in pensione, 70 anni a dicembre.
Il suo Luigi Edoardo, figlio unico, Sac 1 tra gli amici rapper e Gigi per tutti, aveva vent’anni quando il 2 settembre del 2008 venne investito ed ucciso in sella al suo scooter sulla statale 16. Aveva il casco, andava piano: venne travolto da una macchina che faceva inversione di marcia.
Dopo la morte di un figlio il mondo si ferma. «Si può solo sopravvivere perché nulla ha più senso» ti dice Ermanno nella casa di Colonnella in cui tutto parla di Gigi. In questi anni sua moglie Pasqua Gina è stata in prima linea nella battaglia di tantissimi genitori per far introdurre il reato di omicidio stradale e lui ha scelto la poesia. «O la poesia ha scelto me» dice.
Da subito. Migliaia di versi rimasti per 13 anni nel computer. Fino a all’anno scorso, fino a quella corsa in ambulanza. «Improvvisamente ho scoperto di avere un ematoma al cervello e da un momento all’altro mi sono ritrovato in una sala operatoria», continua, «nella corsa in ambulanza ho pensato solo a quei versi rimasti nel computer, a quelle poesie che se mi fosse successo qualcosa nessuno avrebbe mai conosciuto. E allora mi sono detto che se avessi superato l’operazione la prima cosa che avrei fatti sarebbe stata quella di pubblicarle».
Così è nata la raccolta di poesie “L’ombra dell’assenza” (Arsenio Edizioni, prefazione di Stefano Fantelli, mercoledì la presentazione a Colonnella). Sulla copertina il disegno di un amico di Gigi. «Mi hanno scritto tanti genitori che hanno perso i figli dicendo che in questi versi vedono loro stessi, i loro vuoti, che quelle parole sono diventate testi di canzoni o scritte lasciate sui muri per ricordare chi non c’è più», continua Ermanno, «e questo mi accarezza l’anima, mi aiuta a lenire per qualche attimo il dolore e il senso di vuoto che non mi lasciano mai. Perché dopo 13 anni è come se l’incidente fosse successo sempre ieri». Come se quella telefonata con il figlio alle 20.10 di quella maledetta sera fosse appena avvenuta. «Quella sera era tutto come sempre», racconta, «Gigi era uscito con lo scooter, andare a fare compagnia alla tata a cui era molto affezionato. Alle 20.10 ci siamo sentiti al telefono. Mezz’ora dopo l’incidente. All’inizio mi è sembrato di non capire o forse non volevo capire. Ho creduto di vivere in un sogno, in un’altra realtà, che fosse impossibile e irreale non avere più Gigi con noi. Il giorno dopo è quello peggiore perché capisci che mai nulla sarà come prima e così ogni giorno, ogni mese, ogni anno che passa».
E allora la poesia. Ogni verso è uno squarcio, la possibilità di fermare momenti di vita con il tempo che sembra andare avanti e indietro senza un ordine. «Mio figlio, come tutti i figli, era una persona speciale», ricorda Ermanno, «era innamorato della vita e della sua età. Amava la musica, il mondo dei rapper, era generoso con tutti, frequentava l’università a Roma. Era il nostro unico figlio, il nostro futuro. Oggi sarebbe un uomo con la sua vita, il suo lavoro, le sue passioni. È un verso di una poesia. Tanto? Poco? È tutto quello che oggi posso avere di un figlio che non c’è più».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

