«Se mi lasci uccido tuo figlio»: operaio condannato a sei anni

Un 46enne accusato di aver perseguitato e violentato la fidanzata: «Il bimbo te lo appendo in auto» Maltrattamenti con bruciature di sigarette, minacciava di inviare ai conoscenti foto particolari di lei
TERAMO. Le sentenze servono a definire dei confini invalicabili. Non solo penalmente. E anche se non sempre bastano, offrono strumenti efficaci per cambiare, o tentare di farlo, senza perdere più tempo in un Paese in cui i numeri della violenza di genere sono sempre più in crescita e i femminicidi non conoscono tregua.
L’ultimo caso arriva dalla sentenza con cui il tribunale teramano in primo grado ha condannato a sei anni un 46enne operaio originario della provincia di Frosinone accusato di aver violentato, perseguitato e minacciato la fidanzata quarantenne. Una vicenda dai contenuti così drammaticamente forti e brutali da far chiedere al pm Enrica Medori, titolare del fascicolo e da tempo nel pool dei magistrati che si occupano di Codici rossi, «una ferma risposta dello Stato». Una risposta che la Pubblica accusa chiede in aula nel corso di una requisitoria (conclusa con una richiesta di condanna a 8 anni) in cui ricostruisce l’incubo di una donna che per un anno è stata minacciata, perseguitata, maltrattata dall’uomo che era il suo compagno, che inizialmente aveva conosciuto sui social e che poi aveva iniziato a frequentare presentandolo alle amiche nella convinzione che, dopo una difficile separazione, potesse essere un compagno ideale. Anche se, ricostruiscono gli atti, ben presto capirà che così non è.
A cominciare dalle chiamate ossessive, anche 50 in un giorno di cui tante al centralino dell’azienda in cui lavorava, fino all’epilogo di una violenza sessuale con tanto di foto di lui che urina su di lei inviata a un’amica della donna e che l’uomo minaccia di mandare al figlio minorenne della donna qualora lei decida di interrompere la relazione.
Con la minaccia continua e costante di uccidere quel figlio. Ricostruisce in aula il pm in uno dei passaggi della requisitoria: «Quando lei non rispondeva al telefono lui la chiamava decine di volte, anche al centralino della ditta in cui lavorava. La minacciava di continuo dicendole che avesse interrotto la relazione avrebbe ucciso il figlio e avrebbe appeso il corpo sul cruscotto della macchina. La chiamava con un apparecchio telefonico e con un altro le faceva sentire che stava parlando con il figlio e che quindi lui poteva raggiungere il ragazzino in tutti i momenti che voleva».
La donna trova il coraggio di denunciare dopo l’episodio della violenza sessuale ma il terrore l’accompagnerà per sempre. E questo lo sottolinea più volte il pm nella sua requisitoria: «Quando l’abbiamo sentita in aula tutti abbiamo visto come a distanza di anni sia ancora terrorizzata al solo ricordo a dimostrazione di come la brutalità di quello che è successo l’accompagnerà per sempre. Per questo è necessario che ci sia una risposta dello Stato». E in primo grado la risposta dello Stato è arrivata con una condanna a sei anni ( sentenza pronunciata dal collegio presieduto dal giudice Francesco Ferretti).
L’uomo all’epoca dei fatti venne arrestato. La donna, che è costituita parte civile, è stata rappresentata dall’avvocato Elena Piunti.
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