Segregata e picchiata: volontarie di Roseto l’aiutano a salvarsi

28 Dicembre 2023

La giovane argentina fugge da un casolare in Piemonte guidata via telefono da donne dell’associazione “Il Guscio”

ROSETO. Chiedere aiuto per le violenze subite e trovare due donne che da Roseto, quindi a centinaia di chilometri di distanza, ti salvano la vita. È la storia di una giovane argentina segregata e maltrattata in Piemonte che è stata salvata da Hebe Munoz, una italovenezuelana ex vittima di violenza, e Andreina Moretti, la prima volontaria e la seconda presidente dell’associazione “Il Guscio” di Roseto. Munoz ha reso nota la storia, per fortuna a lieto fine, per dare speranza a tante donne che vivono situazioni di pericolo. «Mia figlia che vive in Brasile era stata contattata da un amico argentino chiedendo aiuto per una ragazza, C.G., che si trovava in Italia, non parlava italiano ed era in pericolo perché vittima di violenze e maltrattamenti», racconta Munoz, «la situazione stava degenerando e così ho contattato la ragazza su whatsapp che mi ha risposto con voce spaventata: era stata sequestrata da un amico di famiglia che si era offerto di ospitarla in un casolare isolato dell’Alto Piemonte e che, segregandola in casa, le aveva sottratto documenti e denaro. Un’accoglienza trasformata in un incubo». Le prove erano arrivate attraverso fotografie che la ragazza le aveva inviato dove si denotavano percosse, lividi, tumefazioni ed escoriazioni. Così Munoz si è consultata con Moretti e hanno progettato un piano di fuga. «Con l’aiuto di mio marito e di Google maps abbiamo studiato il territorio», prosegue Munoz, «il commissariato era lontano dal casolare e la ragazza era terrorizzata a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Non c'erano mezzi pubblici nella zona, quindi abbiamo pensato alla fuga in taxi. Ho chiamato la ragazza e, tranquillizzandola, l'ho invitata a preparare la valigia per farsi trovare pronta: non è stato facile trovare un tassista disposto a raggiungere il casolare, ma siamo riusciti a salvarla». Oggi C.G. vive e lavora in Spagna ed è in contatto con le sue salvatrici. «Ringrazio Andreina che è stata la mia colonna», conclude Hebe Munoz, «questa storia ci insegna che il bene va oltre la distanza e che le brutte storie possono avere un lieto fine. Ricordiamoci che una telefonata può salvare una vita e che nessuno si salva da solo, ma dobbiamo formare una rete solidale di aiuto».
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