Serpentini, l’occhio dello storico «Teramo è ferita da duri colpi»

8 Marzo 2020

L’ex docente di filosofia sul momento della città: «Sarà dura rialzarsi perché manca la buona politica» «I libri sulla massoneria? Da studioso mi affascina raccontare tutto quello che viene tenuto nascosto» 

TERAMO. «Seguire gli umori dell’opinione pubblica è facile ma non sempre serve all’interesse pubblico», dice. Perché occorrono sguardi molto acuti per aprire gli orizzonti: Elso Simone Serpentini, il professore come lo hanno sempre chiamato i teramani, asciuga ogni retorica. Tra cronaca e storia il suo è uno stare sui fatti giorno per giorno. Insegnante di filosofia per generazioni di studenti che negli anni settanta si ritrovavano in tanti nei suoi cineforum con i film-denuncia di Costa Gavras, dal 1970 al 1985 consigliere comunale dell’allora Msi («lasciai il partito perché contrario alla pena di morte»), giornalista e oggi storico appassionato della Teramo che fu riletta anche in tantissimi fascicoli processuali di omicidi, Serpentini sceglie parole affilate per raccontare questo tempo. Senza mescolarsi al rumore indistinto della polemica.
Partiamo da Teramo, da questa città che dopo il terremoto fatica a rialzarsi. Ha un futuro?
«È una città ferita, un capoluogo ferito, sicuramente tramortito dai duri colpi inferti dalla sorte. La ferita più grave è senza dubbio lo spopolamento. Il centro storico è ormai quasi del tutto disabitato, i negozi stanno chiudendo uno dopo l’altro e quei pochi rimasti aperti sopravvivono giorno dopo giorno. Certo la ripresa dipende da noi cittadini, ma anche e soprattutto da una buona politica le cui tracce purtroppo non vedo. Inizialmente mi è sembrato di vedere qualcosa di diverso, un risollevamento, ma è bastato un attimo per rivedere le vecchie e insane abitudini che sono quelle delle lotte di congrega, di quelli che non hanno a cuore gli interessi del generale ma del particolare. E allora non c’è bisogno di scomodare quello che il Guicciardini chiamava "particulare" per capire che così non si va da nessuna parte. Devo dire che molte cose che ho visto mi hanno ricordato le lotte tra le fazioni degli Spennati e dei Mazzaclocchi, nella Teramo di 500 anni fa. Di diverso hanno solo il nome».
La cultura può essere un collante?
«Certo, purtroppo c’è poco senso della cultura intesa come storia, come passato, come senso delle tradizioni. E quando si perde il contatto con tutto questo si perde il contatto con la propria identità. Ma oggi i giovani sono sempre meno consapevoli di questo, ne vedo e sento molti che non conoscono niente del nostro passato. Disconoscono ciò che è stato e vivono solo il presente e questo è davvero dannoso perché quando una società perde l'orgoglio della sua storia, della sua cultura e della sua lingua, decade rapidamente, smette di pensare, di creare e svanisce».
Colpa anche delle generazioni precedenti. Lei come insegnante fa mea culpa?
«Sicuramente qualche colpa c’è stata e io non lo nego. Ma per troppo tempo gli insegnanti sono stati lasciati in trincea senza armi e senza munizioni da quella politica che al sapere ha dato davvero molto poco. Credo di appartenere a una generazione di insegnanti a cui nessuno aveva insegnato a insegnare. Abbiamo insegnato “alla marinara”, come ci dettava il cuore con tanto entusiasmo e sicuramente consapevoli del ruolo di educatori che rivestivamo. Con stipendi quasi da fame e senza alcun credito sociale. La scuola è franata perché è franata la società intorno a essa. Ma devo dire che personalmente, come insegnante, non ho nulla da rimproverarmi. Negli anni settanta e negli anni ottanta in classe ho introdotto concetti che didatticamente sono arrivati molto tempo dopo. Credo di essere stato un po’ all’avanguardia, sicuramente controcorrente. Poi mi sono dovuto arrendere al fatto che il sistema scolastico mi stava crollando addosso. Ho assistito, mio malgrado, a una disfatta».
Negli ultimi anni si è dedicato moltissimo alla rilettura di grossi processi teramani con una collana di libri su svariati casi di omicidi. Da cosa nasce questo interesse?
«Nasce dalla constatazione che leggere i fascicoli di un processo, le testimonianze di un processo, capire come il male assoluto, quello di uccidere, si sia calato in un determinato tempo rende visibile la storia di una città più di un saggio antropologico. In quegli atti c’è davvero tutto. Un fascicolo processuale racconta la società dell’epoca davvero meglio di qualsiasi altra cosa. Racconta soprattutto il popolo, quello diviso tra innocentisti e colpevolisti. Mi piace molto come un magistrato, invitato alla presentazione di un mio volume, ha chiamato questi libri: li ha definiti libri di archeologia giudiziaria. È una espressione che ci dà il senso vero».
E poi ci sono i tanti libri sulla massoneria. Che cosa l’affascina? E Teramo è una città massone?
«Me ne occupo tanto perché mi affascina tutto quello che viene tenuto nascosto soprattutto da chi parla di luce. Non sono un massone, faccio un lavoro da storico. Alla seconda domanda rispondo dicendo che Teramo è una città massone nella misura in cui lo sono tutte le altre città. Quando si parla di massoneria è come quando si parla di calcio: ci sta Ronaldo e c’è il giocatore di prima categoria. Tutto è calcio, ma vuoi mettere la differenza. Teramo ha avuto una massoneria di fine ottocento illuminata che ha inventato Teramo capoluogo. Le successive generazioni di massoni hanno distrutto quello che le precedenti avevano costruito perché si sono legate, all’epoca, a coloro che hanno agito nella speculazione edilizia. Oggi la massoneria vivacchia gestendo ancora qualche fetta di potere. Ha ancora la sua importanza non sempre positiva perché penalizza il merito laddove preferisce il fratello al competente».
A proposito di calcio, è nota la sua passione per il Teramo da storico e da tifoso. È ancora un tifoso biancorosso?
«Sono e resterò per sempre un tifoso teramano nonostante tutto. Nonostante non sia stato realizzato un museo sulla storia di questa storica squadra, nonostante allo stadio non siano state messe le gigantografie di Marco Pace e nonostante oggi si definiscano clienti i tifosi. Seguo da lontano perché l’età (compirà 78 anni a novembre (ndr) non mi permette di rischiare polmoniti allo stadio, ma sicuramente sono e resto un tifoso del Teramo calcio. Sto preparando un libro che uscirà entro l’anno sul vecchio stadio cittadino, sul fatto che non debba essere abbattuto e debba continuare a essere usato come impianto sportivo. L’identità di una società passa anche da uno vecchio stadio».
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