Sette anni al “lupo solitario” dell’Isis

27 Ottobre 2020

Condannato il 23enne egiziano che ha lavorato a Colonnella. Secondo l’accusa era pronto a farsi esplodere 

TERAMO. Il silenzio, irreale e inconfondibile, di un’aula di corte d’Assise dura un attimo. Tanto basta a capire che è una sentenza di condanna a sette anni a chiudere in primo grado il processo a Issam Elsayed Aboulelayem Shalabi, il 23enne egiziano accusato di essere un soldato dell’Isis, un lupo solitario così pericoloso che per mesi, a cominciare dalla sua permanenza a Colonnella, è stato tenuto sotto controllo 24 ore su 24 per intervenire in caso decidesse di passare all’azione.
Le motivazioni della sentenza spiegheranno i perché. Per ora c’è un pronunciamento arrivato dopo quasi tre ore di camera di consiglio della corte presieduta da Domenico Canosa (a latere Morena Susi) a scandire l’epilogo di un processo di primo grado con i giudici a confermare le accuse del pm della Procura distrettuale David Mancini che aveva chiesto una condanna a sette anni e due mesi per associazione con finalità di terrorismo e istigazione a delinquere. «Un lupo solitario dell’Isis pronto a fare quello per cui tutti noi poi avremmo pianto», aveva detto nella requisitoria di qualche settimana fa, «ma avremmo pianto lacrime di coccodrillo perché bisogna intervenire prima».
L’inchiesta (delegata alla Digos e alla polizia postale) aveva fatto emergere l'alto grado di radicalizzazione religiosa, l'attività di proselitismo del 23enne e la sua presunta appartenenza a gruppi Telegram riconducibili a una delle agenzie di propaganda dello Stato islamico. Il nome del 23enne, che durante la sua permanenza a Colonnella aveva lavorato per una ditta di pulizie che aveva l’appalto per McDonald’s, era finito nei controlli della polizia nel dicembre del 2017 quando la sua presenza era stata segnalata tra i militanti islamici frequentatori di un gruppo Whatsapp.
Secondo investigatori e inquirenti Shalabi, arrivato in Italia sette anni prima per un ricongiungimento familiare con il padre, sarebbe diventato il leader di un gruppo di tre giovanissimi profondamente radicalizzati che all’epoca vivevano a Colonnella. Dopo l’Abruzzo si era spostato a Cuneo e infine a Milano.
In particolare l’attività di intercettazione attraverso il trojan si era rivelata vincente perché aveva consentito di monitorare l’uomo costantemente, soprattutto attraverso la messaggistica criptata. Secondo la Procura Shalabi (assistito dall’avvocato Umberto Gramenzi) stava 24 ore su 24 a tenere sermoni di guerra inneggianti al martirio. Aveva dato la sua disponibilità ad entrare in azione e ripeteva di stare aspettando il suo turno. Così come, tra l’altro, confermato in aula dalla testimonianza di un suo connazionale incontrato a Milano. «Perché non serve trovare il combattente con l’arma in mano, serve qualcosa che avviene prima» aveva concluso Mancini nel chiedere la condanna. Quel reato di pericolo astratto così come, in materia di terrorismo, hanno più volte sancito Cassazione e Corte europea.
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