Sette ricerche per sconfiggere il Covid

26 Luglio 2020

Sono attualmente in corso alla facoltà di Bioscienze dell’ateneo teramano per agevolare sia la cura che la diagnosi

TERAMO. La facoltà di Bioscienze e tecnologie agroalimentari e ambientali in prima linea nella ricerca per sconfiggere il coronavirus.
Fra le tante attività di ricerca della facoltà teramana c’è un filone inerente al Sars-Cov-2: i docenti hanno partecipato a 10 proposte progettuali nell’ambito del “Fondo integrativo speciale per la ricerca” (Fisr) del ministero dell’Università e ricerca scientifica che intende selezionare progetti di ricerca di particolare rilevanza per affrontare la pandemia. E sette vedono come capofila Bioscienze.
Il preside della facoltà, Enrico Dainese, sottolinea l’importanza della ricerca in questo ambito specifico perchè proprio durante la pandemia «è apparso evidente che il metodo scientifico-sperimentale è l’unico che può dare risposte: tutti gli scienziati stanno combattendo contro chi dà opinioni non basate sul metodo sperimentale». Insomma, è una lotta quotidiana alle false notizie, che alimentano confusione fra i cittadini.
Cosa ben diversa sono i sette progetti: l’attività è già in corso grazie a collaborazioni con istituti di ricerca italiani e stranieri. Contemporaneamente sono in corso le ricerche di finanziamenti. Il primo progetto prevede la determinazione di agenti disinfettanti per uccidere il virus con micro-dispositivi, ce n’è poi uno su una pellicola edibile per evitare la contaminazione nella lavorazione della carne e un altro è sullo sviluppo di conservanti naturali per la frutta. Un altro studio interessane riguarda i cambiamenti molecolari derivanti da stress e ansia legate al Covid. Altra attività di ricerca è volta a rilevare la proteina Spike presente nel Sars-Cov-2 e diagnosticare così il virus. Un progetto, invece, mira a capire perchè gli anziani sono più vulnerabili rispetto al coronavirus e la settima punta a trovare un nuovo metodo per rilevare il virus ma anche un nuovo approccio terapeutico, una nuova arma per contrastare l'infiammazione grave che è poi l'aspetto più pericoloso della malattia. Quest’ultima proposta è stata presentata in collaborazione col Cast, cioè il centro studi e tecnologie avanzate, e la Clinica di malattie infettive entrambi dell’Università di Chieti.
«Investire in ricerca e nella diffusione del metodo scientifico sperimentale per la nostra facoltà», commenta Dainese, «significa poter valorizzare approcci nutrizionali sostenibili, innovativi e più sicuri nonché fornire conoscenze, professionalità e competenze applicabili anche per il contenimento di nuovi virus. Per la facoltà questo approccio di ricerca costituisce non solo un modello vincente per la formazione professionale e l’inserimento nel mondo del lavoro dei nostri laureati, ma rappresenta anche un elemento cardine per il miglioramento della salute e del benessere globale, in cui è centrale la persona. Nel settore alimentare porta alla conoscenza di diete sostenibili che valorizzano anche il legame con la storia e il territorio come elemento per educare i consumatori a più consapevoli e sane abitudini alimentari e stili di vita».
Come si intuisce anche dagli ambiti dei progetti sul Covid, nella facoltà interagiscono gruppi di ricerca in ambito agroalimentare, tecnologico e ambientale con gruppi che si identificano nel settore delle biotecnologie mediche, farmaceutiche e veterinarie. «La potenza degli approcci metodologici», spiega il preside, «consente studi integrati (a livello di molecole chimiche, di macromolecole biologiche come Dna e proteine, di cellule, di tessuti nonché di animali e piante in toto) e le apparecchiature all’avanguardia dei nostri laboratori si pongono come una struttura di supporto per la ricerca, la formazione e il trasferimento tecnologico con ricadute applicative e collaborazioni di ricerca con aziende».
Da qui ricerche in un’ampia gamma di campi, ad esempio nell’agroalimentare in cui si arrivano a studiare «i più innovativi processi tecnologici di trasformazione o formulazione degli alimenti, analizzare la loro composizione chimica con apparecchiature all’avanguardia, caratterizzare, isolare e stabilizzare i composti e microrganismi con effetti benefici sulla salute, studiare tali effetti in vitro (su modelli cellulari) e in vivo (su modelli animali alternativi, come il pesce Zebrafish e l’invertebrato Caenorhabditis elegans) dal punto di vista genetico, molecolare, biochimico e metabolico», spiega Dainese, «e valutare gli effetti dei composti contenuti negli alimenti sui meccanismi di infiammazione, sul sistema immunitario, riproduttivo e rigenerativo tissutale, nonché di fare studi sugli esseri umani per comprendere i meccanismi alla base di diverse patologie (ad esempio cardiovascolari o tumori) e dei disordini alimentari nonché di sviluppare diete sostenibili e innovativi approcci terapeutici».
©RIPRODUZIONE RISERVATA