Sicurezza e lavoro, il giudice: «L’incidente si poteva evitare»

Operaio colpito e ucciso da una balla di plastica nel piazzale di un’azienda: depositate le motivazioni Il caso è stato citato più volte dal ministro Cartabia dopo la lettera della mamma della vittima
TERAMO. Nei giorni infiniti dei morti sul lavoro, tra richiami inascoltati (a cominciare da quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella) e norme sempre meno applicate, le motivazioni di una sentenza di condanna raccontano la verità giudiziaria di un caso diventato nazionale. Quello di Roberto Morelli, il 31enne camionista di Napoli, morto nel 2017 nel piazzale della ditta Metalferro di Castelnuovo schiacciato da una balla di plastica, citato più volte dal ministro della giustizia Marta Cartabia dopo la lettera scritta dalla mamma sui tempi lunghi della giustizia. Per quella morte in primo grado ci sono state tre condanne a 4 anni ciascuno per l’amministratore della Metalferro Pasquale Di Giacinto, per il figlio Luca amministratore unico della Dg Capital Service Srl, società che all’epoca dei fatti operava all’interno dello stabilimento svolgendo attività di selezione provenienti da raccolte differenziate e per Michele Bonaccorso all’epoca dei fatti lavoratore interinale in servizio alla Dg Capital con mansioni di carrellista alla guida del muletto che trasportava balle di plastica una delle quali travolse l’operaio. Di Giacinto, inoltre, è stato condannato anche a un ulteriore anno per il reato di impedimento del controllo.
Un solo filo conduttore a legare le 105 pagine di motivazioni del giudice Giovanni Cirillo che più volte sottolinea il fatto che quella morte avrebbe potuto essere evitata: «Era quasi un mese che Michele Bonaccorso, dai colleghi chiamato Niki Lauda, correva con il muletto per tutto il piazzale a velocità elevatissima suscitando la riprovazione degli autisti. Sarebbe bastato che i due datori di lavoro si fossero degnati, come era loro preciso dovere, di recarsi sul piazzale a controllare, nell’arco di un mese, il regolare espletamento dei lavori e il corretto comportamento di tutti i lavoratori, affinché l’incidente venisse evitato. Non a caso si insegna, in tema di prevenzione di infortuni sul lavoro, che il datore di lavoro deve vigilare per impedire l’instaurazione di prassi “contra legem” foriere di pericoli per i lavoratori. I fatti ascritti agli imputati e ritenuti dal tribunale come sussistenti sono stati caratterizzati da assoluta gravità, prima, durante e dopo la consumazione dei reati. Il comportamento ante delictum è stato segnato dalla omessa predisposizione dei dispositivi di sicurezza atti a prevenire la verificazione di eventi quali quello determinatosi nonchè all’omesso controllo, in concreto, pur possibile delle dinamiche lavorative interne allo stabilimento Metalferro. Il comportamento contestuale al delitto è stato improntato a negligenza e superficialità da parte dei datori di lavoro che hanno tollerato e consentito che le diverse ditte lavorassero nello stesso spazio temporale in presenza di ostacoli fisici, disconnessioni, interferenze, angoli ciechi di visibilità, senza intervenire».
Nelle motivazioni il giudice ricostruisce fatti e circostanze sposando la tesi della Pubblica accusa (rappresentata dal pm Stefano Giovagnoni) che nel corso dell’istruttoria ha dimostrato come lo stato dei luoghi fosse stato alterato subito dopo l’incidente e come inizialmente fosse stata fatta una ricostruzione non vera. «La fase post delictum è stata aggravata dalla condotta di Pasquale Di Giacinto», scrive il giudice nelle motivazioni, «che ne ha fatto un reato autonomo, immutando, in concorso con altri, lo stato dei luoghi alfine di impedire la ricostruzione corretta di quanto accaduto. Senza considerare la sparizione del muletto condotto da Michele Bonaccorso e utilizzato per l’investimento e la rapida scomparsa del Bonaccorso medesimo, portato via immediatamente dopo il fatto e identificato soltanto otto mesi dopo l’incidente». Perché la ricostruzione della dinamica di quell’incidente è stata particolarmente difficoltà a causa di quella che nel corso della sua arringa il pm non ha esitato definire «un clima omertoso per evitare che le responsabilità restassero prive di riscontri certi».
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