Silvi, condannato a nove mesi per l’incendio all’auto della figlia

Artigiano di 54 anni accusato di maltrattamenti familiari e danneggiamento causato dal rogo Al termine del processo cade la prima accusa che il giudice riqualifica in ingiurie e percosse
SILVI. Era finito a processo con la pesante accusa di maltrattamenti in famiglia e di danneggiamento a seguito di incendio dell’auto della figlia ventenne ad epilogo di una drammatica vicenda familiare. Per un 54enne artigiano di Silvi ( non scriviamo le generalità per garantire l’anonimato a vittime di maltrattamenti) ieri pomeriggio è arrivata la sentenza di primo grado: il giudice monocratico Domenico Canosa lo ha condannato a nove mesi per il danneggiamento conseguenza dell’incendio e ha riqualificato l’accusa di maltrattamento in ingiurie e percosse. Per il primo lo ha assolto perché il reato di ingiuria è stato depenalizzato, mentre per quello di percosse ha dichiarato il non doversi procedere per mancanza di procedibilità in quanto manca la querela. La Pubblica accusa (rappresentata in aula dal vpo Roberta Roccetti), al termine della sua requisitoria, aveva chiesto una condanna a due anni e due mesi con i reati legati dal vincolo della continuazione e il riconoscimento delle attenuanti generiche. L’uomo era difeso dagli avvocati Monica Passamonti e Antonino Orsatti che, dopo essersi dichiarati soddisfatti per la caduta dell’accusa dei maltrattamenti, annunciano ricorso in Appello una volta conosciute le motivazioni preannunciate tra novanta giorni. Secondo la Procura, così aveva scritto nel capo d’imputazione il pm Silvia Scamurra (titolare del fascicolo) l’uomo sarebbe stato «animato da un grave risentimento nei confronti delle due donne e in particolare della figlia ritenuta responsabile del naufragio del matrimonio per aver rivelato alla madre i suoi tradimenti». All’epoca dei fatti (gennaio 2018) fu destinatario di una misura di allontanamento dalla cittadina adriatica successivamente revocata. Inizialmente l’incendio della vettura, parcheggiata nel cortile interno di una palazzina, era sembrato un gesto vandalico. Per inquirenti e investigatori la svolta nelle indagini era arrivata dalle immagini catturate dalle telecamere di alcuni sistemi di videosorveglianza della zona trovati dalla stessa figlia. Di tutt’altro avviso la difesa che in più occasioni ha chiesto alla Procura un esperimento giudiziale per ripetere la scena, ovvero la simulazione del fatto (ovviamente senza incendio) in una situazione controllata per accertare la dinamica. Secondo la difesa nella ricostruzione fatta dalla Pubblica accusa ci sarebbero molti aspetti da chiarire a cominciare sia da i tempi di percorrenza necessari per raggiungere il posto dove era parcheggiata la vettura e sia nelle immagini di alcune telecamere della zona che hanno ripreso la figura di un uomo che si avvicina. Uomo il cui volto, sostiene la difesa, non è assolutamente riconoscibile dai fotogrammi. E anche sulle modalità di acquisizione di quelle immagini la difesa ha sin dall’inizio sollevato delle eccezioni.
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