Silvi, tre a giudizio per usura ed estorsione a un’imprenditrice

A finire a processo una coppia giuliese. La presunta complice sarà giudicata con il rito abbreviato Secondo l’accusa i due avrebbero chiesto alla donna interessi pari al 600 per cento annuo
TERAMO. Dopo aver chiesto quel prestito la sua vita era diventata un inferno. Fino a quando la donna, un’imprenditrice di Silvi, non si era decisa a denunciare facendo arrestare i presunti strozzini. Una storia di usura ed estorsione che ieri ha visto il gup Domenico Canosa rinviare a giudizio, su richiesta della Procura (titolare del fascicolo il pm Enrica Medori), Antonella Di Febo e il suo compagno Anacleto Di Rocco, entrambi di Giulianova e difesi dall’avvocato Giuseppe Pantaleone, per i quali il processo si aprirà a settembre. Rito abbreviato, invece, per la presunta complice, la teramana Paula Di Giuseppantonio, difesa dall’avvocato Giovanni Gebbia e accusata di tentata estorsione, che dopo l’ammissione al rito alternativo comparirà davanti al giudice a ottobre.
I fatti contestati ai tre imputati risalgono al 2017 quando l’imprenditrice aveva deciso di chiedere un prestito di circa settemila euro a una coppia di Giulianova. Soldi che i due, secondo l’accusa, le avrebbero concesso dandole la somma in tre rate ma pretendendo un interesse mensile del 50 per cento, pari di fatto al 600 per cento annuo. Una condizione che l'imprenditrice avrebbe accettato nella convinzione di riuscire a restituire quanto prima quei soldi. Ed in effetti, dall'estate del 2017 fino alla fine dello stesso anno, secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, sarebbe riuscita a restituire ai due strozzini oltre 15mila euro. Somma che gli avrebbe corrisposto in parte in contanti ed in parte attraverso l'assunzione fittizia, ma retribuita, del figlio della donna nell'azienda di suo figlio. Ma i due, non soddisfatti, le avrebbero contestato dei ritardi nei pagamenti e così le avrebbero chiesto altri 12mila euro, iniziando a minacciarla con telefonate, sms, messaggi su whatsapp e aspettandola sotto casa e fuori dal posto di lavoro. Ma non solo. Perché, sempre secondo l’accusa, di fronte all'impossibilità, da parte dell'imprenditrice, di far fronte a quell'ulteriore richiesta, avrebbero cercato di costringerla a recuperare i soldi attraverso l'accensione di un mutuo intestato al figlio. Mutuo per il quale le relative garanzie gli sarebbero state fornite dalla complice, che gli avrebbe procurato buste paga e cud necessarie per convincere la banca ad erogare la somma richiesta: in tutto 16mila euro, di cui 12 mila per i due strozzini e 4mila per l'intermediaria. Proprio di fronte a quella richiesta l'imprenditrice avrebbe però trovato il coraggio di dire no, ribellarsi e denunciare tutto alla polizia di Atri. Il fascicolo era poi arrivato sul tavolo del pm Enrica Medori, che al termine delle indagini, delegate alla squadra mobile, aveva chiesto il rinvio a giudizio per tutti e tre gli indagati.
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