Simone: «Non ho ucciso io mia madre»

Santoleri figlio parla nell’udienza in cui tre detenuti lo accusano di aver confessato in carcere l’omicidio della donna
TERAMO. Il silenzio ora non gli appartiene più. Simone Santoleri aspetta che l’ultimo detenuto che lo accusa di avergli confessato l’omicidio finisca di parlare e poi in aula resta solo il rumore delle sue parole. «Non ho mai detto nulla perché io non ho ucciso mia madre», dice ai giudici, «i giornali mi hanno descritto come il mostro di Giulianova e io che ho fatto l’autista di scuolabus, il bagnino e il volontario sono stato più male per questo che per l’arresto».
L’uomo finito a processo con il padre Giuseppe per l’omicidio della pittrice Renata Rapposelli, inanella dieci minuti di ricordi e controaccuse. Lo fa con la formula delle dichiarazioni spontanee, senza contraddittorio, nell’aula in cui la mattinata è appena scivolata nella undicesima udienza del processo. Prima di lui, ad accusarlo, tre detenuti nel carcere teramano all’epoca in cui anche lui era a Castrogno (oggi è a Pescara dopo essere stato anche a Lanciano). Ripete il primo, collaboratore di giustizia: «Inizialmente diceva che ad ammazzare era stato il padre. Lo ripeteva sempre, quasi fosse un disco rotto. Diceva che lui era innocente, ma non è mai stato convincente. Poi una volta eravamo in cella e lui, facendo il gesto con le mani di stringere qualcosa, disse “quella p. di mia madre mi ha rovinato la vita da piccolo e ora me la rovina anche da grande”. Una frase che all’epoca confermò la mia convinzione che ad uccidere non fosse stato il padre ma lui. E sempre in quell’occasione Simone aggiunse “la situazione mi è sfuggita di mano”. Gli ho consigliato più volte di parlare con il pm e dire la verità». Dichiarazioni, quelle dei tre detenuti, già da tempo nel fascicolo del pm Enrica Medori e che ora vengono ripetute in aula con i difensori Gianluca Reitano e Gianluca Carradori che a suon di domande e contestazioni mirano a dimostrare l’attendibilità dei testi. Che in aula raccontano «le diverse versioni di Simone». Dice un altro detenuto, attualmente trasferito da Castrogno a Rebibbia, «una volta mi disse che erano tutti tre in auto. Lui guidava, la madre era al suo fianco e il padre sul sedile posteriore. A questo punto, disse, il padre da dietro strinse le mani attorno al collo della donna e la uccise. Anch’io c’ero il giorno in cui disse che la madre gli aveva rovinato la vita da piccolo e anche da grande e strinse le mani quasi a voler fare un cerchio». L’affondo con il terzo, detenuto all’epoca e oggi uomo libero: «Si lamentava che gli detenuti lo accusavano e io gli dissi “ma sei tu che parli con tutti e racconti”. Aveva rabbia e rancore anche per il padre e penso che lui lo volesse ammazzare. Giuseppe era terrorizzato dal figlio, piangeva sempre e io non ho mia creduto che ad uccidere la donna sia stato lui». Il 28 si torna in Corte d’assise (presieduta da Flavio Conciatori, a latere Lorenzo Prudenzano): in aula ancora altri detenuti che accusano Simone.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

