Simone si “assolve”, il padre non parla

Santoleri figlio parla per sei ore e ribadisce: «Non ho ucciso mia madre». Giuseppe conferma l’interrogatorio in cui lo ha accusato
TERAMO. Il silenzio non gli appartiene più. Per quasi sei ore racconta la sua vita e quelle degli altri. Del padre « accolto in casa dopo che per mesi ha dormito in macchina» e della madre «che mi aveva abbandonato e che mi era indifferente». Con un filo conduttore a legare tutto: «Io non l’ho uccisa». Simone Santoleri mette insieme parole e ricordi nell’interrogatorio fiume in cui si sottopone nella sua veste di imputato nel processo in cui insieme al padre Giuseppe è accusato dell’omicidio della 64enne Renata Rapposelli, sua madre ed ex moglie di Giuseppe. E se lui è in fiume in piena «ora posso finalmente spiegare», il padre non parla e dice alla corte: «Ho già raccontato tutto quello che dovevo dire». Il riferimento è all’interrogatorio fatto in carcere nell’ottobre del 2018 quando davanti al pm ha accusato il figlio di aver soffocato la donna in casa al termine di un litigio, di averlo aiutato ad occultare il cadavere e di non aver parlato subito per timore di Simone. Fin qui la cronaca di una udienza iniziata alle 9.30 e finita poco prima delle 17 in un’aula di tribunale in cui gli occhi di padre e figlio si incrociano una sola volta: pochi attimi a fine giornata.
Nelle sei ore Simone risponde alle domande incalzanti del pm Enrica Medori a cominciare da quel 9 ottobre del 2017 quando la mamma, che dopo la separazione dal marito viveva ad Ancona e lui non vedeva da anni, arriva a Giulianova chiamata dal padre convinto che il figlio avesse un tumore. «Papà si era convinto di questo», dice, «perchè suo padre era morto per un cancro. Ma io gli ho sempre detto che avevo una esofagite». Racconta di quando i due, una volta a casa, cominciano a discutere per questioni economiche e lui chiede ad entrambi di uscire. Ribadisce la versione data sin dall’inizio, ovvero, che il padre gli ha raccontato di aver accompagnato la madre a Loreto e qui di averla lasciata sulle scalinate del santuario. «Non ho mai accusato mio padre perché non lo posso accusare», dice, «posso dire che quando ho visto il posto in cui è stato ritrovato il corpo ho pensato che ci potesse essere stato qualcosa ma è una sensazione che mi tengo per me». Quando il pm lo incalza sulle accuse che gli hanno rivolto alcuni detenuti del carcere teramano all’epoca della sua detenzione (ora è a Pescara) in merito alla presunta frase che avrebbe pronunciato mimando il gesto con le mani di stringere qualcosa «mia madre mi ha rovinato la vita da piccolo e ora me la rovina anche da grande» dice che stava parlando della ex e non della mamma. Racconta che i reclusi avrebbero voluto incastrarlo «perché in carcere solo per una telefonata si può fare di tutto». Aggiunge che sono stati i detenuti a convincere il padre ad accusarlo. E al pm che gli legge alcuni brani della lettera scritta a Giuseppe subito dopo aver saputo delle sue accuse con le parole «tu l’hai uccisa» dice: «Non ricordo di averlo scritto , non mi so dare una spiegazione di questo gesto». Si torna in aula a marzo con i testi delle difese (gli avvocati Gianluca Reitano e Gianluca Carradori per Simone e Alessandro Angelozzi per Giuseppe). La Corte d’assise presieduta da Flavio Conciatori, (a latere Lorenzo Prudenzano), potrebbe emettere la sentenza tra aprile e maggio.
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