Soldi per uno Stato inesistente: i teramani respingono le accuse

Interrogatori davanti al giudice per il commercialista Gambini e il consulente tecnico Lombardi Gli avvocati difensori impugnano le due ordinanze di arresti domiciliari al tribunale del Riesame
TERAMO. Respingono con forza le accuse della Procura di Catanzaro e si preparano ad affrontare la prima battaglia al Riesame sulla maxi inchiesta per una presunta truffa con lo Stato Antartico di San Giorgio.
La prima tappa del percorso difensivo si consuma con l’interrogatorio di garanzia per rogatoria nel corso del quale sia il commercialista teramano Enrico Gambini sia il consulente di Pineto Federico Lombardi rispondono al gip Lorenzo Prudenzano per dare la loro versione dei fatti. I due sono agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Catanzaro su quella che gli inquirenti ritengono una colossale truffa messa a segno in tutta Italia da 30 persone che, secondo l’accusa, si sarebbero inventate l’esistenza dello Stato Teocratico Antartico di San Giorgio e che, sempre secondo l’accusa, si sono fatti pagare per concedere le cittadinanze, prospettando vantaggi di vario tipo tra cui anche molti di natura fiscale. L’inchiesta, con 12 arrestati e trenta indagati tra cui il medico teramano no vax Roberto Petrella, porta la firma del procuratore Nicola Gratteri. L’accusa contestata è quella di associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Gambini è assistito dall’avvocato Cataldo Mariano che, dopo l’interrogatorio di garanzia, annuncia ricorso al tribunale di Riesame. «Il mio assistito», dice il legale, «ha risposto a tutte le domande del giudice respingendo le accuse contestate e facendo chiarezza. Non ha mai firmato nulla, non ha mai ricevuto soldi. È stato solo contattato da altri che vista la sua professione gli hanno chiesto una consulenza. Per il resto non c’è nulla».
Lombardi è assistito dall’avvocato Maria Assunta Chiodi che oltre ad annunciare ricorso al Riesame ha presentato istanza per la revoca degli arresti domiciliari. «Non capiamo l’esigenza di una misura cautelare a un anno e mezzo dall’apertura dell’indagine e dopo che il mio assistito era già stato sentito nella sua veste di indagato», dice, «davanti al giudice ha chiarito la sua posizione, ha respinto tutte le accuse. Il mio assistito è una persona che per quasi due anni ha ospitato in casa un detenuto ai domiciliari nell’ambito di un procedimento di riabilitazione dello stesso detenuto, è una persona che crede fermamente nei valori della giustizia e che in nessun modo ha mai trasgredito alle leggi. Ci auguriamo che tutto venga chiarito». Secondo l’ipotesi accusatoria, per dare credibilità agli occhi delle vittime i trenta avrebbero messo in piedi un’associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al falso (le ipotesi di reato contestate) utilizzando vari i artifici tra cui la creazione (sempre secondo l’accusa senza alcun riconoscimento ufficiale) di varie istituzioni relativi a ministri, Corte di Giustizia, di una gazzetta ufficiale, di siti internet e di documenti d’identità anche validi per l’espatrio.
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