Soldi riciclati e portati in Nigeria

Parlano in aula gli investigatori: «Banconote nascoste nelle suole delle scarpe»
TERAMO. È un certosino lavoro di ricostruzione quello con cui i poliziotti della squadra mobile, nella loro veste di testi citati dalla Pubblica accusa, mettono insieme date, pedinamenti e mappature Gps per illustrare ai giudici un voluminoso giro d’ affare. Quello con cui i corrieri nigeriani portavano in patria i soldi provento di spaccio e sfruttamento della prostituzione nel Teramano e nell’Ascolano: somme che andavano da 70mila a 10mila euro in contanti con le banconote nascoste nelle suole delle scarpe, nelle cinture, nella biancheria intima per superare i controlli negli aeroporti.
Il processo è quello in corso davanti alla Corte d’assise (presieduta da Flavio Conciatori, a latere Francesco Ferretti)ai sette nigeriani accusati di reati che vanno dall'associazione per delinquere finalizzata alla commissione dell’illecita intermediazione finanziaria, all'autoriciclaggio e riciclaggio transnazionale e alla tratta di esseri umani, in particolare di giovani connazionali da sfruttare come prostitute in Italia. Le ordinanze di custodia all’epoca sono state eseguite tra Marche e Abruzzo dalla squadra mobile di Teramo nell'ambito di un’operazione coordinata dalla Dda dell'Aquila. La corposa indagine era nata da una precedente inchiesta scattata sempre nell’ambito di operazioni legate al reato di tratta. Si tratta dell’operazione “Pesha” dal nome dato alla cellula che da Martinsicuro era arrivata ad Ancona con, secondo l’accusa, un giro d’affari illeciti in diversi ambiti. Secondo l’accusa gli affiliati residenti a Martinsicuro, tre dei quali rivestivano ruoli di responsabilità in un comitato esecutivo della cellula, avevano interessi in particolari settori. Se lo spaccio di droga, più fiorente in altri territori, era un’attività residuale, i nigeriani che operavano nella parte nord della nord della provincia di Teramo gestivano un giro di prostituzione sulla Bonifica del Tronto. Le indagini, iniziate nel luglio del 2018, avevano permesso di accertare, che tale cellula locale degli Eiye, con competenza geografica e territoriale dalla zona costiera della provincia di Teramo fino ad Ancona, si caratterizzava, come una sorta di associazione mafiosa per la presenza di un rito di affiliazione. Pubblica accusa rappresentata dal pm della Procura Distrettuale Simonetta Ciccarelli. (d.p.)
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